﻿INDIA
La Squadra Verde


I PIRATI DEL LEGNO

di John Clergyman

Published by Federico Bini at Smashwords

Copyright 2010 Federico Bini

**********

Edizione speciale gratuita in EBOOK
dell’Associazione Culturale Bora 2010

******

CAPITOLO 1
Due foreste lontane

Il concerto era assordante e le colonne di luce che filtravano dalle chiome degli alberi, lassù a trenta metri di altezza, sembravano canne d’organo dalle quali uscivano decine di suoni diversi: il gracidare stridulo delle rane, gli urli improvvisi delle scimmie, i richiami secchi degli uccelli. 
La foresta si stava risvegliando.
Nonostante il rumore, India avvertì chiaramente alcuni passi che si avvicinavano lungo il sentiero e si acquattò nel fitto della vegetazione rendendosi invisibile. Come avesse potuto isolare il suono di quei passi umani in mezzo a tutto il fracasso poteva sembrare un mistero, ma lei era nata e cresciuta in una foresta.   
“Quanto manca ancora, capo?” chiese una voce affannata.
“Pochi minuti e arriviamo al campo base.”
“Il caldo è insopportabile da queste parti!”
Avevano parlato in tre, e India li vide passare uno dopo l’altro davanti all’obiettivo della macchina fotografica.
CLACK CLACK CLACK.
Tre scatti coperti dal grido provvidenziale di uno scimpanzé.
Anche se solo per un attimo, le era apparsa chiaramente la scritta sulle divise di quegli uomini: ATC. African Timber Company: i tagliatori di alberi.
Per trovarli aveva attraversato un oceano ed era penetrata fino nel cuore del continente nero.

“Te la senti di andare laggiù?” le aveva chiesto Laura due settimane prima, in una splendida giornata di sole sulla spiaggia di Santa Monica, in California.
“Certamente Laura... ma a fare cosa?”
“A riparare un torto.”
“Sai che sono sempre pronta, se tu mi guiderai da qui.”
Laura aveva sorriso. “Sembra che una grossa multinazionale stia disboscando illegalmente un tratto di foresta in Africa.”
“Non mi pare una novità.”
“No, ma questa è foresta primaria, di incalcolabile valore. Molte piante proprio in quella zona non sono mai state classificate o studiate. Come sai, più della metà delle medicine di uso comune vengono dalla foresta. Tutto lascia pensare che ci siano ancora molte specie le cui proprietà non sono mai state analizzate, specie che rischiamo di perdere per sempre proprio a causa della deforestazione.” 
“E quale sarà la mia missione questa volta?”
“Semplice. Impedire quello scempio.”
“Avranno i permessi per farlo, immagino.”
Laura scosse la testa. “India... India... sei proprio ingenua a volte. Quelli ottengono le autorizzazioni per tagliare dieci e poi in realtà tagliano cento volte tanto di nascosto, o con la complicità di qualche funzionario corrotto.”
L’oceano aveva un colore blu intenso quel giorno e a India, chissà perché, venne in mente che avrebbe sostituito quel blu con il verde altrettanto intenso della foresta. 
Si trattava, alla fine, solo di cambiare colore per qualche tempo.
Sistemò meglio Laura sulla sedia a rotelle.
“E come si chiamano, questi ‘pirati del legno’?”
“African Timber Company. Ne avrai sentito parlare. Ne sentirai parlare.”

Potentissima, ricchissima, protettissima. La African Timber Company era questo: una multinazionale dai mille tentacoli che penetrava ovunque nella foresta africana alla ricerca della grande ricchezza del ventunesimo secolo: legname. Legname pregiato richiesto in tutto il mondo; un mercato che si stava imponendo come uno dei più promettenti, in grado di far realizzare enormi profitti. Si trattava, in fondo, di andarsi a prendere un bene che era lì nella foresta primaria, apparentemente a disposizione di tutti. 
Questo almeno pensavano i capi della multinazionale.

In Africa, India aveva trovato ospitalità presso una missione.
“E’ pronta la cena!”
“Arrivo suor Paola, arrivo… Un momento!”
La suora scosse la testa ridendo. “Benedetta ragazzina “disse fra sé “‘Arrivo’… ‘aspetta’…: sembro io quando avevo la sua età… Cosa starà trafficando adesso?”
Nella piccola stanza trasformata in un centro di comunicazioni che sembrava uscito da un film di fantascienza, India stava scaricando sul computer le immagini catturate due ore prima con la macchina fotografica. Anche se aveva solo tredici anni conosceva alla perfezione tutte le più moderne tecnologie e l’osservatore occasionale si sarebbe certo stupito nel vedere una ragazzina di quel tipo, con i tratti somatici tipici degli indios amazzonici, alle prese con i sistemi digitali e le comunicazioni satellitari. E men che meno avrebbe sospettato il lavoro che svolgeva: India era una detective. Forse un po’ particolare, ma pur sempre una detective.
“Signorina… non ti aspettiamo.” 
“Arrivo… arrivo…” rispose sbuffando.
Attivò il collegamento satellitare con Laura in California: doveva inviarle al più presto le immagini e concordare con lei le mosse successive. La trasmissione non fu facile anche perché il computer, sentendosi maltrattato da quell’esagitata che per la fretta pestava freneticamente sui tasti, continuava a bloccarsi. 
Alla fine l’”attimo” si rivelò una buona mezz’ora e quando India si presentò in refettorio per la cena, ebbe una sgradita sorpresa. 
La tavola era vuota.
“Niente da fare signorina. E’ tardi.” fu il laconico commento della superiora.
Troppo orgogliosa per ribattere o per chiedere scusa, India se ne tornò in camera dove venne raggiunta da suor Paola, che aveva solo 24 anni ed era per lei come una sorella maggiore.
“Ecco, testona. Ti ho tenuto da parte metà della mia cena.” 

India era fatta così. Ribelle, testarda, insofferente, ma anche generosa ed estroversa. Era nata nella tribù Muara, un piccolo gruppo di indios insediato da secoli a metà strada tra il Rio Purus e il “grande fiume padre”, il Rio delle Amazzoni. Sette anni prima, lei aveva sei anni a quel tempo, era arrivata presso la tribù una biologa americana, Laura appunto, che lavorava con i Corpi della Pace e che aveva allestito un improvvisato dispensario nel quale prestava cure sanitarie e forniva medicine ai Muara e agli altri gruppi attorno. Quella donna bionda e bellissima aveva subito attratto la piccola India (il suo nome allora era Tasi, cioè la “bambina del sole”), che se ne stava ore e ore sulla porta dell’ambulatorio pronta a svolgere qualsiasi lavoro la “bianca dai capelli d’oro” le ordinava. 
Poi un giorno tutto cambiò: una banda di cercatori d’oro attaccò il villaggio con le armi spianate: volevano la terra di quegli indios e li sterminarono senza pietà, uno dopo l’altro. Laura tentò disperatamente di difenderli, ma invano: durante l’assalto gli invasori spararono anche a lei ferendola gravemente. 
L’unica a scampare al massacro di quel tragico giorno fu proprio la piccola Tasi, che riuscì a soccorrere la “bianca dai capelli d’oro”, a raggiungere un avamposto militare e a dare l’allarme. Fu grazie a lei che Laura si salvò, anche se da quel momento avrebbe dovuto vivere costretta su una sedia a rotelle. Quando fu riportata negli Stati Uniti, volle con sé la piccola India che ormai non aveva più nessuno al mondo: le fece da madre e da maestra, insegnandole la biologia, la geografia, le scienze della natura e della terra, il tutto nella ipertecnologica California. 
Per India fu un salto di settemila chilometri, e di venti secoli.
Imparò in fretta: quegli argomenti la appassionavano e soprattutto, nel suo cuore, cercava qualcosa che le rendesse in qualche modo giustizia della violenza di cui era rimasta vittima. Capiva che solo studiando a fondo i problemi avrebbe potuto un domani difendere i più deboli, riparare i torti, affermare la giustizia e la solidarietà umana, aiutare chi ha veramente bisogno.
Tutti ideali che condivideva con Laura.
E così un bel giorno decisero che era tempo di affiancare la pratica alla teoria. La globalizzazione portava nel mondo tanti benefici, ma alimentava anche tante, troppe ingiustizie e il loro compito sarebbe stato proprio quello di smascherare le ingiustizie e di combatterle.   
Ovunque si commettevano reati contro i popoli, la natura, l’ambiente, contro la vita in genere a danno dei più poveri e dei più deboli, lì sarebbero intervenute. 
Laura, la mente. India, il braccio. Le moderne tecnologie della comunicazione le avrebbero tenute in contatto costante.
Si erano date anche un nome: La squadra verde.

********

CAPITOLO 2
Toubé lo scontroso 


Era arrivata posta.

Da: < laura >
A: < india >
Oggetto: Aggiornamento operazioni
Le tue foto hanno confermato che la African Timber Company sta operando illegalmente nella zona. Il contratto con le autorità locali prevede un taglio limitato di alberi a sud di dove ti trovi. Se gli uomini della ATC sono arrivati fin lì, significa che intendono operare  in un’area proibita. Bisogna fermarli ad ogni costo. Impossibile denunciarli alle autorità: c’è il rischio che abbiano corrotto alcuni funzionari  di alto rango. Trova un’idea.
Laura

Già, come se fosse facile fermare da sola multinazionale. Una ragazzina contro l’African Timber Company.
Ma non era da India perdersi d’animo. Doveva elaborare in fretta un piano e trasmetterlo a Laura per poterlo studiare insieme e ottenere il ‘via libera’. 
Almeno ufficialmente, perché tanto come al solito avrebbe fatto di testa sua.

Due chilometri più a nord, separati dall’intrico impenetrabile della vegetazione, gli uomini della ATC avevano già un loro piano dettagliato, ovviamente di segno opposto. Nella zona erano stati individuati numerosi alberi di preziosissimo mogano, specie particolarmente richiesta dal mercato mondiale del legno. Il fatto che per portarsi via un solo albero ne avrebbero abbattuti altri venti o trenta o cento non sembrava preoccuparli minimamente. Gli affari sono affari. 
Una mattina quello che sembrava il capo della spedizione stese una mappa sul tavolo.
“Cominceremo fra una settimana. Taglieremo qui, qui e qui” disse indicando alcune aree dipinte di rosso.
“Ascolta Jack, siamo completamente illegali in questa zona. Come pensi di non farti scoprire?”
“Nessun problema. I rangers chiuderanno un occhio.”
“I rangers forse, ma la gente del posto?”
“Chi? Questi pigmei alti, si fa per dire, un metro e mezzo? E cosa possono fare contro di noi? O contro questa?”
Posò con noncuranza un’arma automatica sul tavolo.
“Possono lanciarci contro qualche stregoneria.”
Jack il capo rise di gusto. “Ah, la stregoneria. E tu credi ancora a queste scempiaggini?”
“No ma non si sa mai” fu la laconica risposta.
All’esterno India ascoltava tutto.
  
Quattordicimila chilometri più a ovest, nella sua casa in California di fronte all’oceano Pacifico, Laura manovrò la sedia a rotelle fino a raggiungere il computer. Aveva piena fiducia nella sua giovane collaboratrice lontana: India era piena di risorse e chissà cosa avrebbe inventato per contrastare le operazioni illecite della ATC. Ma quella società di legname, che era presente in tutta l’Africa, godeva di troppi appoggi internazionali. Occorreva perciò agire su due fronti. Sul campo, e ci avrebbe appunto pensato India, e sul fronte legale dove le insidie talvolta sono più pericolose di quelle che si possono incontrare in una foresta.
Via computer chiamò Valerio a Parigi. La Squadra Verde adesso operava al completo.

“Come si chiama la tribù pigmea che vive in questa zona?” domandò India una sera alle suore che la ospitavano.
“Lese. Sono gente pacifica, agricoltori e raccoglitori. E anche grandi esperti di medicina naturale.”
“Sono superstiziosi?”
Suor Paola la guardò perplessa chiedendosi dove volesse arrivare.
“Sì… molto superstiziosi, perché?”   
“Niente… niente.”
Scappò via prima di sentirsi fare domande alle quali non voleva rispondere. Forse aveva trovato un piano.

Tornata nella sua stanza, si collegò subito in chat con Laura.

<india> ah, se avessi qui una di quelle testoline jibaro! 
<laura> quali testoline?
<india> quelle che i nostri vicini di foresta, gli jibaro, tagliavano agli intrusi e riducevano poi alle dimensioni di un pompelmo, mantenendo la stessa espressione dei vecchi… proprietari.
<laura> sei matta, e per farne che? 
<india> per spaventare qualcuno.
<laura> non credo sia un’idea intelligente 
<india> no, ma ho in mente qualcosa di simile. Cosa sai dei Lese?
<laura> sono pigmei
<india> appunto, e abitano da queste parti. Ho bisogno di aiuto.
<laura> dimmi
<india> devi farmi avere il disegno di qualcosa, un feticcio, un amuleto che so, qualcosa che incuta loro terrore.
<laura> poveretti. Cosa ti hanno fatto?
<india> loro niente. Fidati di me. 
<laura> d’accordo, provvederò io. Ti mando l’immagine via computer.

Laura mobilitò immediatamente la schiera dei suoi amici in diverse università della California e pochi giorni dopo ottenne quello che voleva: l’immagine di Toubè, il “dio scontroso”, che secondo le credenze popolari può essere terribile e vendicativo se viene disturbato. Un dio che sembrava un vecchio dagli occhi bovini, i lunghi capelli e la bocca all’ingiù. I Lese, come tanti altri, lo temevano e preferivano starsene alla larga.

ROOOCRAAAAAK
ROACRRRRK
I bulldozer entrarono in funzione nella zona indicata con la sigla I2  sulle mappe in dotazione alla ATC. Arrivarono spianando tutto e aprendosi un varco nella foresta fino a raggiungere un punto particolarmente ricco di alberi di mogano. Era quello l’obiettivo dei tagliatori: voleva dire un guadagno sicuro per conto della società e, per loro, un premio extra considerato il pregio della pianta. 
ROOOOACRAAAK
ROACRRRRK
Il rumore era assordante. Le piante più piccole cadevano come birilli, il sottobosco veniva cancellato. Dove prima c’era lo sviluppo rigoglioso della vegetazione ora appariva una lunga striscia di terra rossa, come una ferita che sanguinava. Sotto i cingoli di quelle macchine mostruose, decine e decine di diverse specie vegetali venivano letteralmente polverizzate. 
Quante di quelle specie non erano ancora state scoperte dalla scienza ufficiale?
Quante erano tipiche di quella zona e solo di quella su tutto il pianeta?
Quante sparivano per sempre?
E quante infine magari contenevano quella sostanza, quella molecola, quella combinazione genetica che nei laboratori di tutto il mondo gli scienziati stanno affannosamente cercando spendendo miliardi e non sapendo che invece la natura ci ha già pensato?
O meglio, ci aveva pensato.
Perché intanto erano passati i bulldozer dei tagliatori di alberi a eliminare tutto.

Poco più in là, i Lese si chiedevano cosa fosse quel fracasso nella foresta. Decisero di andare a vedere.

Ancora più in là, India stava ricevendo via computer le immagini dello scontroso dio Toubé. 
Stampò il tutto e restò a lungo a guardare l’immagine.
“Mmmm” concluse poi fra sé “si può fare.”
Doveva aiutare in lavanderia, dove trovò suor Paola. Una fortuna insperata.
Assunse un’aria contrita.
“Vorrei proprio aiutarti, Paola, ma non posso. Laura dalla California mi ha chiesto di trovare una certa pianta nella foresta.. sai... per i suoi studi... tu non la conosci... si arrabbia se non ubbidisco in fretta...quindi devo andare fuori per qualche ora... poi torno e ti aiuto... prometto.”
La suora la bloccò con un gesto della mano.
“Non pensi che una bugia sola sia sufficiente?”
“Non capisco.”
“Vai... vai... Me la cavo da sola qui.” 

India si addentrò nella vegetazione alla ricerca di un certo alberello dal legno tenero che aveva visto alcuni giorni prima. 
Anche lei alla fine fu costretta a tagliare un albero, ma dopotutto era per una buona causa…
Al riparo di un grosso ebano, ben attenta a non intralciare le lunghe file di formiche rosse sul terreno sia per non disturbarle, sia soprattutto per non trovarsi le gambe piene di dolorosi piccoli morsi, incominciò a intagliare il tronco tagliato dandogli a poco a poco le sembianze del temibile Toubé. L’essere cresciuta nella foresta aveva i suoi vantaggi: da bambina aveva imparato a fare lavori di un certo valore e dalle sue mani uscivano scimmie, tucani, capibara e altri animali. Il ricordo di lei da piccola, del suo villaggio, dei genitori e dei fratelli, delle ore passate a tuffarsi nel fiume con gli altri bambini, delle cacce con la cerbottana insieme ai grandi… tutto riaffiorò a poco a poco nella sua mente in un misto di nostalgia e tristezza infinite. Erano tutti morti: le persone, il villaggio, i Muara, il suo passato. Adesso viveva a contatto con l’alta tecnologia, sapeva di biologia e di fisica, navigava in Internet. 
Ma il suo cuore, quello era ancora in Amazzonia.
Quando si risvegliò dai suoi pensieri, la scultura era finita.
Ottimo lavoro.
Lo rimirò da ogni parte.
Toubé era davvero terribile e scontroso.

*********

CAPITOLO 3
Incontri nella foresta


Valerio Mouftar era un giovane assistente universitario di geografia all’Università di Parigi. Aveva conosciuto Laura durante un master in California e i due avevano simpatizzato subito scoprendo di avere molti interessi in comune. L’impegno ecologico in particolare, che andava al di là della semplice “difesa della natura”. Era per loro, più in generale, la difesa dell’uomo e della sua dignità, dei suoi diritti primari, dei suoi sogni a vivere in un mondo più giusto dove la rinuncia a una piccolissima parte della ricchezza per pochi significa un grande miglioramento della vita per moltissimi. 
Fu così che Valerio Mouftar era stato arruolato di diritto nella Squadra Verde. Benché distante, era sempre in contatto con il resto del gruppo e in ogni caso quella lontananza giovava al quieto vivere di tutti.
Già, perché a dispetto degli ideali comuni, quando erano assieme Laura e Valerio passavano interi giorni a discutere: lei sempre pronta a buttarsi a capofitto in ogni causa che le sembrava importante e lui più saggio, che cercava di ricondurla alla ragione e a strategie magari meno idealistiche ma sicuramente più pratiche. Discussioni interminabili, talvolta litigi furibondi sotto gli occhi stupiti di India, che non capiva il perché di tanto accanimento e pensava piuttosto al rapporto tra Laura e Valerio in modo del tutto differente. Le piaceva quel francese gentile e simpatico, che sarebbe stato un ottimo marito per Laura, destinata a diventare ai suoi occhi un’intrattabile zitella. 

Valerio si fece vivo, al solito, via e-mail

Da: < valerio >
A: < laura >
Oggetto: Come fermare i tagliatori di legname
Rispondo alla tua richiesta: esiste un modo legale per bloccare la ATC prima che faccia strage di alberi pregiati. In base al diritto locale, gli unici che possono fare qualcosa sono proprio i Lese, ma unicamente per motivi di carattere religioso. Devono cioè dichiarare sacra tutta l’area interessata. Immagino che India,  la tua giovane socia sempre piena di iniziative, trovera’ il sistema.
Io intanto vado a caccia di appigli  legali. 
ho voglia di rivederti.
Valerio

Laura si limitò a inoltrare la e-mail a India, togliendo però l’ultima frase, prima che quella ragazzina si facesse venire strane idee. 

Il terribile Toubé in legno, scolpito con tanta maestria, campeggiava intanto sul tavolo della stanza alla missione.
Entrò Suor Paola e fece un salto indietro.
“E quello cos’è?” chiese indicando lo strano oggetto.
India rise. “Toubé, il dio scontroso!”
“Oh cielo! Ti metti ad adorare gli idoli locali adesso? Qui? Alla missione? India, tu sei la mia disperazione.”
“Tranquilla, Paola,” e come al solito si rivolgeva a lei come a una sorella maggiore “è una cosa che mi serve per il lavoro. Niente di… personale.”
“Sarà. Poi comunque un giorno mi spiegherai cosa stai combinando.”
“D’accordo.”
“… intanto però” continuò la religiosa “fai sparire quel… quel coso prima che lo veda la superiora o saranno guai per tutti!”
India naturalmente si guardò bene dal farlo. Tanto più che il giorno dopo l’idolo sarebbe realmente sparito da lì per ricomparire nel luogo più inaspettato.
La foresta.

Con un sinistro cigolio, che sembrava il rantolo di un morente, il grande albero di mogano si inclinò piano piano, fino a precipitare a terra travolgendo altri alberi e cespugli e sollevando un’enorme quantità di terra. 
Un altro delitto era stato commesso nel silenzio della foresta. 
Un camion si materializzò lungo la strada aperta dai bulldozer e decine di uomini si affaccendarono attorno all’albero caduto per ripulirlo dai rami più alti: a loro interessava solo il grande tronco. 
Un’ora dopo caricarono quel tronco sul camion che ripartì con un grande sbuffo di fumo nero. 
Sembrava un funerale. Senza dolore, senza preghiere.

Due Lese osservavano di nascosto tutta la scena. A loro non interessava granché che quegli uomini bianchi, venuti chissà da dove, tagliassero gli alberi. Dopotutto nella foresta ce n’erano tanti. Il problema semmai era che precipitando a terra quel mogano aveva polverizzato un pezzo della loro personale farmacia. Già, perché una pianta del tutto insignificante per la ATC era stata travolta ed era proprio quella che forniva ai Lese un’importante sostanza contenuta nella corteccia, con la quale loro si curavano il mal di testa. Un rimedio efficacissimo, che faceva parte da secoli della tradizione medica della tribù. 
I due scossero la testa. Erano gente pacifica: avrebbero trovato un albero simile da qualche parte. Prima o poi. 
Non si rendevano conto che quella pianta ormai sparita era una rarità assoluta anche nella ricca foresta africana.

Notte.
Un’ombra scivolò silenziosa lungo i muri esterni della missione e si infilò nella foresta vicina. La luna illuminava la scena, cambiando il verde in sfumature argentine. India sapeva perfettamente come muoversi, senza neppure l’aiuto di una torcia. Aveva studiato attentamente il percorso prendendo numerosi punti di riferimento: solo il concerto dei suoni attorno era diverso, perché gli abitanti della notte ormai erano i padroni assoluti. Invisibili si muovevano tra gli alberi lanciando continui richiami. 
Superata una piccola palude, la ragazza prese a sinistra: ancora centocinquanta metri e avrebbe trovato un piccolo pianoro libero da vegetazione, usato dai Lese come punto di sosta durante le spedizioni di caccia. Nella notte era uno spettacolo grandioso, circondato com’era da alberi altissimi che lasciavano intravedere in cima solo un cerchio di cielo stellato e luminoso. 
Una sorta di telescopio naturale.
Senza fare il minimo rumore, India scavò una piccola buca nel terreno, dove piantò saldamente l’oggetto che aveva portato con sé.
Due minuti dopo, il volto arcigno del dio Toubé campeggiava nel bel mezzo del pianoro.
Un raggio di luna lo illuminò per un attimo filtrando dagli alberi, e la statua di legno sembrò assumere un ghigno beffardo.
India corse via, sempre silenziosa.

In California era pomeriggio inoltrato. Laura cercò di attivare il collegamento con l’Africa, ma nessuno rispondeva.
Provò in continuazione per oltre un’ora.
“Dove si sarà cacciata?”
Aveva paura. India aveva l’abitudine di infilarsi nei guai e lei non poteva aiutarla così da lontano. Su una sedia a rotelle, poi!
Si consolò pensando che la ragazzina sapeva il fatto suo. Capì tuttavia come si sentono le mamme quando i loro figli sono lontano e magari in pericolo.
Con una scusa qualsiasi, chiamò Valerio a Parigi solo per sentire una voce amica.

India in quel momento non era affatto in pericolo, ma alle prese con uno scimpanzé nottambulo che se ne stava in mezzo al sentiero a schiacciare noci con un pezzo di legno. Impossibile passare senza disturbarlo e quegli animali, così intelligenti e vivaci, sono anche piuttosto irascibili. C’era da ridere: la foresta è sterminata ma alla fine c’è sempre qualcuno che fa a sbattere contro qualcun altro e non sempre sono incontri piacevoli.
Lo scimpanzé la vide e mostrò le gengive. Come dire: non è momento, amico.
Lei aveva fretta di tornare. Se suor Paola o peggio ancora la superiora scoprivano che non era nella sua camera, sai che urlacci. E invece quello stupido scimpanzé se ne stava lì in mezzo a mangiare! Di aggirarlo neanche a pensarci: ormai l’aveva vista e poteva rincorrerla, anche solo per giocare.
Rimasero lì per cinque minuti a fissarsi. Lui almeno aveva qualcosa da fare con le noci.
E lei non poteva neppure sedersi, perché era pieno di formiche.
Insomma: aveva appena escogitato un piano che avrebbe forse mandato a monte le mire di una multinazionale miliardaria e adesso un semplice scimpanzé le stava dando scacco matto.
Strano mondo.

Il primo a vederli, la mattina dopo, fu l’uomo della ATC alla guida di un bulldozer. Si sporse fuori da finestrino e gridò verso i compagni in basso.
“Lese! Stanno arrivando e non sembrano amichevoli.”
Non lo erano in effetti, come dimostravano le pitture rosse e le lance che brandivano intonando i canti di guerra.
“Cosa diavolo vorranno da noi?”
“Forse vorranno indietro i loro alberi!” disse uno credendo di fare lo spiritoso.
Jack, il capomissione, uscì dalla baracca.
“Cosa succede qui? Cosa è tutta questa confusione?”
“Guarda da solo.” Gli rispose un compagno indicando col dito qualcosa alle sue spalle.
Jack si voltò e li vide. Trenta Lese armati fino ai denti.
Guai in arrivo. 
Anzi, già arrivati.

********

CAPITOLO 4
Lavorare... per la concorrenza


L’oceano Pacifico era infuriato quella mattina, e grosse nubi nere all’orizzonte annunciavano uno dei rari giorni di pioggia sulla costa californiana. Laura si era appena svegliata dopo un notte agitata. Era riuscita finalmente a contattare India, ma non a smaltire la tensione di quelle lunghe ore di silenzio. La ragazza era stata evasiva: aveva parlato di un certo piano che coinvolgeva il misterioso Toubé. Lei, Laura, avrebbe voluto saperne di più ma quando quella si ostinava a tacere non c’era verso di farle aprire bocca. 
Il computer sul tavolo mandò il segnale di posta in arrivo.

Da: < valerio >
A: < laura >
Oggetto: Tagliatori di legname
Cara Laura, ti aggiorno sugli aspetti legali della questione africana. Buone notizie! Se i Lese dichiarano sacra la zona, con validi motivi, il governo centrale e’ obbligato per legge ad accettare la richiesta e dunque quelli della atc devono sloggiare. Di più: se per caso continuano a tagliare alberi in una zona dichiarata sacra, e dunque violano il divieto, tutti i loro contratti con quel paese, anche quelli legali, vengono a decadere. Ciao, bellissima. Un bacio. 
Valerio

Laura trasmise tutto in Africa, omettendo al solito i particolari privati.

“Che fine ha fatto il tuo idolo, India?” chiese suor Paola.
Lei assunse la sua espressione più ingenua. “Chi? Toubé? Credo che abbia ripreso la strada della foresta.”
“Capisco. E da solo?”
“Sì. Non si trovava bene qui. Troppa concorrenza!” e scappò via prima che la suora potesse acchiapparla.

“Toubé! Toubé! Toubé” gridavano ritmicamente i Lese battendo le lance a terra.
“Ma che gli prende?” chiese Jack.
Quello che sembrava il capo della tribù e masticava un po’ della lingua degli occidentali si fece aventi.
“Toubé è venuto da noi.”
“E chi diavolo è questo Toubé?” Jack cercava disperatamente di capirci qualcosa.
“Uno dei nostri dei.”
“Ed è venuto… qui? Proprio qui?”
“Sì. E diventa terribile se viene disturbato.”
“Nessuno lo disturba, il vostro dio.”
“Voi lo disturbate.”
“Noi?”
“Voi con le vostre macchine.”
“Questa poi! E dove sarebbe adesso il vostro Toubé?”
Senza tanti complimenti, e spingendolo con le lance (fortunatamente non dalla parte delle punte…) lo accompagnarono fino al pianoro.
Nel mezzo stava la statua di Toubé con la sua aria arcigna.
“Ma è una statua!” esclamò Jack ridendo.
Le lance si girarono. Ora mostravano le punte. 
Non era il caso di fare tanto lo spiritoso.
“Non è una statua” stava dicendo il capo “è lo spirito di Toubé che si è materializzato in questa zona.”
“ E allora?”
“Allora dovete andarvene, con tutti i vostri macchinari. Siete su una terra sacra.”
Ecco dunque dove volevano arrivare. Andarsene da lì, dopo tutto il lavoro fatto per aprire le strade? Con tutti quegli alberi pregiati a portata di mano? Neanche a parlarne.
Doveva comunicare in fretta con la sede centrale.

Nei giorni seguenti, India fece amicizia con i Lese. Benché completamente diversi per struttura fisica (anche se aveva tredici anni, lei era più alta di tutti loro) e tratti somatici, erano entrambi figli della foresta pluviale e quindi si intendevano benissimo. Fu così che la ragazzina venne a sapere della vicenda di Toubé e dell’improvvisa comparsa del dio scontroso nel mezzo del pianoro. Naturalmente si guardò bene dal dire che era stata proprio lei l’artefice di tutto, anzi si servì per l’occasione della sua migliore faccia di bronzo e della sua straordinaria capacità di dire bugie. Mostrarsi interessata era tutta una strategia: sapeva perfettamente dove voleva arrivare.
“Insomma” le disse il capo un giorno “dobbiamo presentare una richiesta al governo centrale per dichiarare sacra questa zona. E non sappiamo come fare.”
India rise fra sé: lo aveva portato là dove voleva. E ne avrebbe approfittato per fare un bello scherzo alle monache.
“Non ti preoccupare capo” rispose con la sua espressione più remissiva. “Forse ti posso aiutare io.”

CODICE 99786578
RISERVATO URGENTE
DA:  JACK KELM
A: DIREZIONE ATC AFRICA
IMPREVISTI SVULUPPI IN AREA OPERAZIONI I2. TRIBU’ LOCALI IN RIVOLTA INTENDONO IMPEDIRE NOSTRA ATTIVITA’. OPERAZIONI FERME. ASPETTO ORDINI.
Jack fece partire il messaggio lungo una linea protetta e si stappò una birra. Non aveva altro da fare.

“Che cosaaaaaa?”
La superiora era paonazza in viso e faticava a parlare dopo aver ascoltato la richiesta di India.
“Andiamo. E’ per una buona azione, dopotutto!”
“Non… non se ne parla nemmeno.”
Intervenne suor Paola che era presente al colloquio e faticava a restare seria.
“La ragazzina ha ragione, madre superiora. I Lese sono brava gente.”
“Lo so che sono brava gente! Ma che io, la madre superiora di questo convento cattolico, mi presti ad aiutarli a dichiarare sacra una zona per… per un altro dio, eh no, questo è troppo!”
India si fece aventi. “Ma è solo….”
“Tu ragazzina stai zitta.” rispose la superiora, ma non c’era traccia di ostilità nella sua voce, solo rassegnazione. “Da quando sei arrivata qui hai creato solo scompiglio.”
Meglio tacere. Suor Paola venne in soccorso.
“I Lese mostrano rispetto per il loro dio, è questo che conta. Molti di loro già frequentano la nostra chiesa perché sono gente di grande spiritualità. La foresta in fondo è un po’ la loro chiesa, altrettanto bella come la nostra fatta di mattoni. E se chiedono aiuto per rendere sacra un’area, noi dobbiamo solo essere felici.”
India stava per interloquire ma suor Paola la zittì con un’occhiataccia.
“Non posso… non posso… Se lo sa monsignore!”
Suor Paola capì che stava vincendo e affondò il colpo. “E poi, sotto l’aspetto strettamente religioso, quello non è un dio del tutto vero. E’ stato fatto da India.”
La superiora fece tanto d’occhi.
“Tu? Sei stata tu a combinare tutto il pasticcio?”
“L’ho fatto per salvare la foresta” rispose la ragazzina “Quegli uomini della ATC stanno tagliando illegalmente gli alberi, privando questa gente della loro ricchezza, delle loro conoscenze e delle loro medicine. L’ho fatto per riparare un torto!”  
La superiora si fece scappare un mezzo sorriso. “Su questo sono totalmente d’accordo. Ne eri al corrente suor Paola?”
“Io… ehm… sì.”
“Che il cielo mi perdoni!” disse la superiora alla fine dopo un buon minuto di silenzio. “Vorrà dire che per una volta lavorerò… per la concorrenza.”
“Grazie, grazie, madre”
“Niente grazie, suor Paola. “Io” lavorerò per la concorrenza, ma “tu” lavorerai per il convento sette giorni chiusa in cucina. Per avermi nascosto questa storia. Chiaro? E in quanto a te, ragazzina…”
Non finì la frase, allargò le braccia sconsolata e se ne uscì.
India si limitò a guardare suor Paola con una faccia da prendingiro.
“Sai almeno far da mangiare bene, spero.”
E scappò fuori a sua volta.

************

CAPITOLO 5
Incontro al vertice


CODICE 99786675
RISERVATO URGENTE
MASSIMA SEGRETEZZA
DA: DIREZIONE ATC AFRICA 
A:  JACK KELM
CONTINUARE AD OGNI COSTO TAGLIO ALBERI NELLA VOSTRA ZONA. ATTIVATI CONTATTI PRESSO AUTORITA’ LOCALI AL MASSIMO LIVELLO. GARANTITA IMPUNITA’. SEGUE ELENCO DEI FUNZIONARI GOVERNATIVI “AMICI” DA CONTATTARE IN CASO DI BISOGNO’

Jack rigirava nelle mani il foglio con la risposta dei suoi dirigenti. ‘Continuare ad ogni costo’ scrivevano i suoi capi. Già, ma quelli se ne stavano comodamente seduti dietro le loro scrivanie (di mogano, guarda caso), mentre lui rischiava di vedersela con le punte delle lance dei Lese. Appallottolò il foglio e lo gettò in bidone di metallo all’esterno della baracca.
Grave errore.
Perché due occhi stavano spiando i suoi movimenti, e poco dopo il foglio raccolto dal bidone era nelle mani di India.

Quello stesso pomeriggio, il capo dei Lese si presentò alla missione rivestito dalle insegne del comando, che si riducevano alla fine ad un paio di denti di facocero appesi al collo. Era un modo, per lui, di portare rispetto alle persone che andava a visitare e che avrebbero potuto aiutarlo. Anche la superiora del convento per l’occasione si presentò con la tonaca fresca di bucato ed era un modo gentile, per lei, di rispettare l’autorità del capo locale. 
India stava correndo nel corridoio vestita con i soliti jeans logori e una t-shirt che aveva conosciuto tempi migliori quando venne afferrata per un braccio da suor Paola.
“Ferma signorina, dove credi di andare?”
“Ho da fare... lasciami.”
“Ecco brava, hai proprio una cosa da fare adesso... andarti a cambiare.”
“Che cosaaaa?” rispose lei incredula. Era la prima volta che le veniva dato un ordine del genere.
“Guardati: fai impressione. Lo sai che arriva il capo dei Lese... dunque preparati.”
India non credeva alle proprie orecchie. Da quando in quella missione si stava attenti a come uno andava vestito?
“Devo mettermi l’abito da monaca?”.
La pazienza di Suor Paola era notoriamente grande, ma non proprio infinita.
“Farò finta di non avere sentito. Non importa quello che indossi, basta che tu sia in ordine. E’ una questione di rispetto, lo capisci?”
Il tono di voce non ammetteva repliche. 

E quando venti minuti dopo India entrò nel refettorio dove la superiora e il capo dei Lese erano già a colloquio, tutti ammutolirono. Stentarono a riconoscere nella ragazzina sulla porta vestita con un abitino azzurro perfettamente stirato (opera di suor Paola ovviamente) quella scatenata che avevano conosciuto nei giorni precedenti. Tanto più che il vestito stonava con tutto il resto, perché lei, pur di fare la solita bravata, si era pitturata il volto come i Muara nei giorni di festa: la metà superiore del viso di un rosso brillante e due sottili cerchi azzurri tutto attorno all’altezza della bocca. Tra i capelli corti portava due piume di pappagallo e indossava una collana di conchiglie multicolori. Un’india in piena regola.
La superiora arrossì visibilmente.
Il capo dei Lese sembrò invece apprezzare moltissimo, tanto che si alzò dalla sedia annuendo gravemente.
Suor Paola rischiava di strozzarsi per la risata repressa.

Poi tutto andò come previsto. La superiora aiutò il capo a preparare il documento ufficiale da inoltrare al governo, con la richiesta di rendere sacra tutta quell’area dove si era manifestato il dio Toubé. Il documento cioè che avrebbe obbligato quelli della ATC a sloggiare immediatamente. India, costretta ad assistere, sbuffava in continuazione, chiaramente a disagio in quel vestito che tirava da tutte le parti, ma suor Paola si era strategicamente sistemata di fianco a lei e la teneva ferma.
Finita la stesura del documento ci fu lo scambio dei doni e la delegazione dei Lese se ne tornò al villaggio.
“Posso andare a cambiarmi, adesso?” chiese India a suor Paola.
La superiora la squadrò con un mezzo sorriso di trionfo.
“Carina, la ragazza!” Esclamò.
India, furente, uscì dalla stanza.

Il documento redatto in quella missione nella foresta fece un lungo giro. Venne trasmesso in California dove Laura si occupò di farlo filtrare alle diverse associazioni ambientaliste, poi passò a Parigi nelle mani di Valerio che ne controllò attentamente tutte le implicazioni legali e quindi terminò il suo viaggio nella capitale di quel paese africano, all’ufficio del governo per la tutela del territorio. Un avvocato locale amico di un amico di un amico di Valerio avrebbe tenuto sotto controllo la cosa.

Laura e India quella sera si ritrovarono in chat

<laura> dunque de l’abbiamo fatta 
<india> già, ma sono preoccupata lo stesso
<laura> perché? Ormai li abbiamo inchiodati. Fra pochi giorni dovranno andarsene da lì
<india> non ne sarei così certa
<laura> spiegati
<india> via da qui si cercheranno un’altra zona
<laura> è probabile
<india> e io non posso spargere idoli fasulli per tutta l’Africa
<laura> cosa hai in mente?
<india> niente al momento, e tu?
<laura> io forse sì. Costringerli a fare un passo falso, far loro violare l’ordine di sgombero che riceveranno
<india> eh eh, capisco
<laura> così saranno costretti ad andarsene da tutto il paese
<india> ma sono protetti!
<laura> non più tanto, dopo quell’elenco che ci hai fornito. I funzionari corrotti adesso vengono tenuti d’occhio
<india> bene
<laura> e qualcuno è già stato discretamente allontanato
<india> la battaglia continua allora...
<laura> continua  

Furono giorni convulsi. La pressione dei gruppi ambientalisti avvertiti di quanto stava accadendo in quel paese africano faceva sentire il fiato sul collo alle autorità locali, per le quali comunque la strada era ormai obbligata. Se i Lese chiedevano che la loro area fosse dichiarata sacra, nessuno poteva opporsi. Ci provarono a lungo gli uomini della ATC, che arrivarono perfino ad offrire ingenti quantità di denaro ai Lese perché li lasciassero tagliare altri alberi. Non capivano che per quei pigmei il problema era di tutt’altro genere, non economico ma religioso e che per loro il denaro non aveva nessuna importanza.

Al villaggio Lese si preparavano a grandi cerimonie in onore di Toubé. Se veramente riuscivano a dichiarare sacra quella zona, il dio scontroso si sarebbe tranquillizzato e li avrebbe lasciati in pace a curare i loro affari. India intanto era diventata una piccola celebrità locale per l’aiuto prestato. Passava sempre più ore tra le capanne, insegnando ai ragazzini trucchi e segreti che lei aveva imparato da piccola in Amazzonia. I grandi lasciavano fare, non sapendo il pericolo a cui andavano incontro: India poteva avere un effetto dirompente sulla tranquillità del luogo.

Visti vani tutti i tentativi e con un ordine di sgombero ormai imminente, alla ATC venne tenuto un vero e proprio consiglio di guerra. Per l’occasione fu richiamato dalla foresta il capomissione Jack Kelm.
“Cosa intendiamo fare adesso?” chiese il presidente della società, un francese di nome Renard.
“Infischiamocene dell’ordine!” disse Kelm, al quale era stato promesso un compenso doppio per ogni nuovo albero pregiato abbattuto. “Dopotutto noi abbiamo i bulldozer e loro solo delle stupide lance.”
“Possiamo avviare una trattativa.”
“Impossibile. Non trattano su questioni religiose. E poi in ogni caso ormai siamo stati scoperti. Quella zona, vi ricordo, non era concordata... ufficialmente. C’è molto nervosismo a Palazzo.”
“Ma non avevamo un sacco di funzionari amici?”
“Se ne stanno andando uno ad uno. Un altro mistero nel mistero.”
“In che senso?” chiese uno
Renard pestò un pugno sul tavolo. “Andiamo! Siete tutti stupidi? O credete realmente alla storia del dio misterioso comparso nella zona?”
Rimasero zitti.
“E’ chiaro che c’è dietro qualcuno, e mi chiedo chi. Non abbiamo concorrenti in quell’area. Ai Lese non sembra importare un bel niente degli alberi. Chi altro c’è in zona Jack?”
“Nessuno, solo una missione di suore.”
“Possono essere state loro?”
“No di certo. A che scopo?”
La discussione durò a lungo, poi alla fine Renard prese la sua decisione.
“Spostarci altrove sarebbe troppo costoso. Andarcene sarebbe un fallimento. Restiamo lì ancora per qualche tempo e vediamo cosa accade.”
“E l’ingiunzione di sgombero?”
“La ignoreremo, semplice. Intanto però stiamo fermi.”

Pensavano di essere furbi, ma così stavano solo facendo il gioco della Squadra Verde.

*********

CAPITOLO 6
Il misteriosio Iroko


Era giunto il momento di infiltrarsi nel territorio nemico. India aveva meditato a lungo: la situazione rischiava di entrare in una situazione di stallo. L’ordinanza governativa era passata, ma quelli della ATC non intendevano mollare. Il campo infatti era rimasto al suo posto: solo l’attività sembrava ferma. Era ovvio che i tagliatori di alberi aspettavano solo che la tempesta passasse, fingendo un pausa dei lavori per poter poi riprendere ad acque più calme. La gente al campo se ne stava a bighellonare. 
Insomma, il momento giusto per agire.

“E tu chi sei, ragazzina?”
Seduto su un grosso ceppo all’esterno della baracca, una lattina di birra in mano, Jack Kemp guardava stupito India che si era presentata al campo.
“Mi chiamo India, vivo da queste parti.”
L’uomo la squadrò con curiosità. Non gli sfuggiva il fatto che il colore della pelle e i tratti somatici non corrispondevano affatto a quelli dei pigmei Lese. Gli occhi allungati, il colore bruno, i capelli lisci tagliati a caschetto: tutto faceva pensare a una provenienza dall’Amazzonia. E allora cosa ci faceva lì, in un’altra foresta al di là dell’oceano?
“Vivi da queste parti, ma non sei di qui.”
Lei sorrise.
“Infatti, amico. Vengo dal Brasile, sono ospite alla missione.”
“Capisco.”
Non capiva niente, invece, pensò India.
“Cosa state facendo qui?” chiese lei con un gesto circolare.
“Mai sentito parlare della African Timber Company?”
“No mai. Cosa diavolo è?”
Jack rise. “Legname. Produzione di legname.”
“Veramente il legno lo producono gli alberi” replicò lei con la sua migliore aria da saputella.
 “Eh eh... noi lo produciamo nel senso che lo tagliamo e lo mettiamo sul mercato.”
 “Capisco.”
Non capiva niente, invece, pensò Jack.
“Vuoi una birra, ragazzina?”
“Naaaah” fece lei. 
“Come desideri.” Jack lanciò la sua lattina vuota nel bidone.
Silenzio.
India riprese a parlare.
“E quali alberi tagliate?”
“Mogano soprattutto”
“E non... gli iroko?” chiese stupita.
“Gli... cosa?”
“Gli iroko. Ce ne sono un sacco qui atttorno.”
“Mai sentiti nominare.”
“Sarà... “ replicò lei con aria ingenua “dalle mie parti sono i più richiesti dalle compagnie del legname.”
“In Amazzonia?”
“Appunto, ma ne ho visti molti anche qui. Ottimo legno, dicono, ma voi sicuramente ne sapete di più.”
Jack la guardò di sottecchi “Sei sveglia, ragazzina.”
Lei finse indifferenza “Sono crescita in una foresta. Vabbé ora me ne vado. Ciao.”
“Ciao, fatti rivedere!”
Certo che mi farò rivedere, pensò lei andandosene.

Venti minuti dopo due messaggi si incrociarono lungo la linea protetta.
CODICE 99787565
RISERVATO URGENTE
DA: JACK KELM
A: DIREZIONE ATC AFRICA
NOSTRI INFORMATORI SEGNALANO PRESENZA IN LOCO DI ALBERI SPECIE IROKO. ATTENDO ISTRUZIONI IN MERITO PER RIPRESA LAVORI. 
JACK KELM CAMPO “I2”.

CODICE 99787823
RISERVATO URGENTE
SEGRETO
DA: DIREZIONE ATC AFRICA 
A:  JACK KELM
CONFERMIAMO RPT CONFERMIAMO NOSTRO INTERESSE PER IROKO. PREMIO DOPPIO RISPETTO MOGANO. TENERSI PRONTI PER RIPRESA LAVORI.

Sulla strada verso la missione, India ritrovò il solito scimpanzé intento a spaccare noci. Lo faceva apposta, di mettersi sempre in mezzo al sentiero?
“Ciao, amico” lo salutò.
L’altro la fissò per un attimo negli occhi, poi scosse energicamente la testa e riprese la sua occupazione.
“Sai se per caso ci sono alberi di iroko qui intorno?”
Lo scimpanzé ovviamente non rispose.
“Fa lo stesso. L’importante è che quelli ci credano” disse ad alta voce ridendo.
E si sedette aspettando che l’animale si levasse dal sentiero.
Dieci minuti dopo, inspiegabilmente, lui le porse una noce.
“Grazie. Finalmente qualcuno gentile qui attorno!”
“Whooo” fu la risposta. Intraducibile.

“Tu sei tutta matta!” concluse suor Paola quella sera quando finì di ascoltare il racconto di India.
“Perchè?”
“Ti sei inventata una pianta che non esiste da queste parti! Sei proprio una bugiarda matricolata.”
“E cosa nei sai tu? Da qualche parte l’iroko può esserci, dopotutto.”
“Sì, ma tu non lo sai. Dunque hai detto una bugia tanto per cambiare.”
“Ma potrebbe esserci, giusto?”
“Beh... sì.”
“Allora io potrei soltanto essere una bugiarda.”
“Oh piantala! Piuttosto, come intendi procedere adesso?”
“Voglio spingerli a tagliare uno di quegli alberi, violando così l’ordine del governo. Chiamiamo le guardie e avremo dei testimoni.”
Suor Paola era esasperata.
“Ma non esiste quella pianta!”
“E loro cosa ne sanno? Si fideranno di me. Dopotutto sono nata nella foresta!”
“Nel senso che...”
“... che per quegli zoticoni una pianta vale un’altra. Eh eh.”
“Sei matta!”
“Scusa, ma non esiste il modo di dire “inventarsi una cosa di sana pianta?” Beh, io proprio quello faccio!”

Da: < india >
A: < laura >
Oggetto: Operazione “pollo”
Sto mettendo a punto un piano per stanare la ATC spingendola a violare l’ordine del governo. Non so come fare, ma bisogna che al momento opportuno i rangers si trovino in zona. puoi provvedere? ti comunichero’ data e ora esatte. L’ho chiamata l’operazione “pollo” perché solo dei pollastri come loro possono cadere nella trappola che sto tendendo. ciao. india

Il messaggio arrivò in California quella sera e Laura rise di gusto. 
  
Il giorno dopo India era di nuovo al campo ATC.
“Guarda chi si vede!” esclamò Jack.
“Ciao. Sempre qui a far niente eh?”
“Bah, impicci burocratici. Siamo fermi per qualche tempo.”
“Mi sa che dovete sbrigarvi. Sta per arrivare la stagione delle piogge e qui le strade diventeranno impraticabili.”
“Lo sappiamo. A proposito, mi fai vedere uno di quegli alberi?”
“Quali alberi?” replicò lei come se non ricordasse la loro ultima conversazione.
“Gli iroko”
“Ah... quelli?”
“Sì.”
“D’accordo, vieni con me.”
Si inoltrarono nella foresta e camminarono per una buona mezz’ora. Per Jack il caldo era insopportabile, mentre lei saltellava come un grillo. India aveva un meta precisa.
“Eccolo!”
Un grande albero ricoperto da liane e dalla chioma argentea si stagliava in mezzo alla foresta. Non era un iroko, ovviamente, ma aveva tutta la regalità di una pianta rara e preziosa.
“Fantastico” fece Jack già pensando a come abbatterlo.
“Bello vero?”
“Bellissimo.”
“Sono stanca Jack, possiamo riposarci un po’?”
A lui non pareva vero. Era sfinito e si sedette di fianco a India non accorgendosi che invece lei se ne stava prudentemente sui talloni evitando con cura di appoggiarsi a terra. Era pieno di formiche. 
“Ahh, rilassante qui” esclamò lui con un sospiro.
Te ne accorgerai fra un paio d’ore amico, pensò India, quelle formichine arrivano ovunque.
Il piano procedeva alla grande, con qualche appropriata aggiunta occasionale.

La risposta di Laura arrivò la sera stessa.

Da: < laura >
A: < india >
Oggetto: Operazione “pollo”
Tutto predisposto. Aspetto data e ora per far intervenire i rangers. Laura

La rete si stava stringendo. Pesci o polli non faceva differenza.
Data e ora: come sapere in tempo quando avrebbero ripreso a tagliare gli alberi?
Non c’era che un modo per scoprirlo.

************

CAPITOLO 7
Chi è il pollo?


La luna fu una preziosa alleata quella notte, perché se ne stava nascosta dietro grossi nuvoloni neri che annunciavano le imminenti piogge. India arrivò fino al bordo del campo ATC silenziosa come al solito. Non c’erano guardie, in giro, almeno per quanto poteva scorgere. Voleva penetrare negli uffici della baracca e cercare tra i documenti: forse avrebbe trovato la risposta alle sue domande e avrebbe così potuto far intervenire i rangers in tempo.
In un attimo scavalcò la recinzione e corse fino alla parete della baracca principale. Nessuna telecamera in vista: evidentemente quelli non temevano visite sgradite. 
Trattenne il respiro che si era fatto affannoso. L’umidità era insopportabile anche per lei e mosche fastidiose continuavano a ronzarle attorno.
Contò fino a un minuto, poi si decise e si avvicinò alla porta.
Era aperta.
Sgaiattolò dentro e illuminò l’ambiente con la piccola torcia. Probabilmente dormivano tutti e poteva agire indisturbata.
Sulla destra c’era uno schedario semiaperto: avrebbe incominciato da quello.

Comunicazioni con la sede centrale, elenchi di alberi abbattuti, mappe dettagliate, informative top secret: c’erano abbastanza documenti in quello schedario da inchiodare la ATC per i secoli a venire. Purtroppo non aveva portato con sé la macchina fotografica. Pazienza, sarebbe tornata con calma; per il momento le serviva solo quell’informazione.

“Fermo, non ti muovere”
La prima cosa che avvertì fu il freddo alla nuca. Solo dopo realizzò che si trattava della canna di una pistola
“Adesso girati piano, le mani in vista!”
Riconobbe la voce di Jack e si voltò nel momento stesso in cui si accendeva la luce.
“Tu?”
L’uomo restò a bocca aperta, la pistola restò ferma dov’era: puntata contro di lei.
“Tu?” ripeté Jack
Non attese risposta. La domanda dopotutto era stupida.
“Guarda guarda. La nostra ragazzina. Cosa sei venuta a cercare qui?”
Raccontare bugie alle suore era facile, facilissimo. Un po’ meno farlo davanti a quell’uomo armato. E così lei, India, l’abile mentitrice, si ritrovò improvvisamente senza parole.
“Per chi lavori ragazzina?”
“Per nessuno” rispose lei con aria scontrosa.
“E allora cosa ci fai qui di notte a frugare nei nostri affari?”
La pistola era sempre lì, puntata all’altezza del cuore.
Forza India, si diceva, inventati una storia in fretta. E credibile soprattutto.
“Volevo sapere dove finivano gli alberi.” disse fissando il pavimento.
Jack non sapeva cosa pensare. Era tutto assurdo.
“Dove finiscono gli alberi? E perché mai ti interessa?”
“Perché voglio scappare.”
“Scappare da chi?”
“Dalle suore.”
Forse la storia aveva un senso. Forse no. 
“Mi stai prendendo in giro, ragazzina?”
“Niente affatto. Volevo sapere dove vanno a finire i camion perché uno dei prossimi giorni mi sarei nascosta dietro i tronchi e così sarei arrivata da qualche parte. Dove, era quello che cercavo di scoprire.”
“Che storia assurda!”
Lei sorrise per la prima volta. “Provaci tu a vivere con quelle!”
La pistola non si mosse.
“Non potevi chiedercelo direttamente? Ti avrei fatta scappare io.”
“Non ci credo.”
Jack convenne che aveva ragione. L’unico mezzo era proprio infilarsi su uno dei camion diretti a sud e poi alla costa.
“Ne riparleremo, ragazzina. Adesso vieni con me.”
“E dove?”
“Al sicuro. Per te e per noi.”
Con la canna della pistola la spinse fuori fino a un’altra baracca più piccola e ingombra di materiale vario. C’era uno stanzino di due metri per due dove venne rinchiusa senza tanti complimenti. Prima che lui spegnesse la luce notò una finestra senza vetri e con grosse sbarre. Poi tornò il buio e sentì il rumore di una serratura che la chiudeva dentro prigioniera.
Era in trappola.
Altro che “Operazione pollo!” Il pollo questa volta era lei: preso e pronto per essere cucinato a dovere. 

La mattina dopo, al convento scoppiò il finimondo.
“India è sparita!”
La frase girò di bocca in bocca.
“Come sparita?” chiese la superiora che era accorsa alle prime grida.
“La stanza è intatta, il letto in ordine.”
“Scappata?”
“Non direi” replicò suor Paola indicando tutti i vestiti ancora appesi all’asta di legno che faceva da appendiabiti. “Manca solo il suo zaino... Ha lasciato qui tutte le sue apparecchiature e il computer. E’ sicuramente successo qualcosa.”
“Sarà andata nella foresta a combinare qualche pasticcio.” disse una delle suore.
“Di notte?”
“Quella è imprevidibile, lo sai.”
Ma suor Paola non era convinta. Sentiva che era successo qualcosa alla sua piccola amica. Di certo non si era persa nella foresta: India lì era nel suo ambiente naturale e ne conosceva tutte le insidie.
“Dobbiamo organizzare delle spedizioni di ricerca!” propose una voce dal fondo.
Suor Paola si rese conto che le monache di quella missione non erano proprio adatte a una spedizione nella foresta: sarebbero state le prime a perdersi.
“Meglio di no. Possiamo chiederlo ai Lese. Dopotutto ci devono un favore...”
La superiora acconsentì.
“... ma prima fatemi fare prima un tentativo con quei tagliatori di alberi che lavorano qui vicino”
“Perché suor Paola?” chiese la superiora “Cosa c’entra India con quelli?”
“E’ una storia lunga, molto lunga” fu la risposta.

Attraversare la foresta con l’abito da suora non era certo la soluzione migliore, ma lei aveva deciso così sperando che quegli uomini avrebbero portato rispetto proprio all’abito e non le avrebbero mentito. Se India era da loro, l’avrebbe saputo. 
Era l’istinto a guidarla. 
Sul sentiero incontrò uno scimpanzé che spaccava noci. 
Tirò diritto e quello si scansò.
Due ore dopo era al campo ATC dove chiese di parlare con il capo.

“Cosa posso fare per lei, madre?” esordì Jack con un mezzo sorriso in volto e passandosi una lattina di birra vuota da una mano all’altra.
“Sto cercando una ragazzina di nome India.”
“E la cerca qui?”
“Dai Lese non c’è,” mentì lei, ma era certa di questo perché India altrimenti l’avrebbe avvertita “e non ci siete altro che voi nella zona:”
“E come è fatta questa ragazzina? E’ una vostra novizia?”
Suor Paola avvertì subito che quell’uomo mentiva.
“Non è una novizia. E’ solo un’ospite del convento. Ha tredici anni e si chiama India perché è proprio un’india dell’Amazzonia. Impossibile non riconoscerla.”
Lui scosse la testa. “Non ho visto nessuna ragazzina qui. E neppure i miei uomini... una giovane del genere, mi capisce, non passarebbe sotto silenzio.”
Lei rabbrividì per l’oscura minaccia contenuta in quelle parole.

Venti metri più in là, all’interno della sua temporanea prigione, India sentiva tutto e il suo primo pensiero fu quello di suor Paola che aveva attraversato la foresta per venirla a cercare. Le veniva da ridere. Come se non avesse altro di cui preoccuparsi.
Le bastava gridare e sarebbero stati costretti a liberarla.
Ma non lo fece.
Perché, ragionò in fretta, c’era un piccolo lato positivo nel fatto di essere prigioniera. Finché stava lì al campo poteva venire a scoprire quello che le interessava. Se veniva liberata, addio informazioni!
Suor Paola e Laura non sarebbero certamente state d’accordo con quella decisione folle, ma dopotutto non continuavano a sostenere che lei era ‘testona’? Eccole servite.
Con il sorriso sulle labbra si sedette in silenzio contro il muro della cella. Beh, non proprio in silenzio. Si limitò a fare il verso di un certo uccello amazzonico, un verso stridulo che proprio pochi giorni prima aveva insegnato a suor Paola.
Magari lei avrebbe capito.

“L’hai vista?”
Le suore si strinsero attorno a suor Paola sulla porta della missione.
“No”
“E quegli uomini cosa hanno detto?”
“Dicono di non seperne niente.”
A dispetto di quelle parole, suor Paola sembrava stranamente rilassata e la cosa non sfuggì alla superiora.
“Ma... perché c’è un ma, vero suor Paola?”
“Beh... non l’ho vista. Ma l’ho trovata!”
Ci fu un mormorio confuso.
“Lasciatemi spiegare” disse lei alla fine “India è in quel campo, probabilmente prigioniera. Mentre ero là ho sentito un verso, il verso di un uccello che vive solo in Amazzonia e che lei mi ha insegnato. Era un messaggio. Mi faceva capire di essere lì, ma che non voleva che intervenissi, non so per quale motivo. In ogni caso, da sola contro tutti quegli uomini non avrei potuto fare niente. Ma ora noi sappiamo, e questo è importante.”
“Chi ci può aiutare a questo punto?”
“I Lese, è ovvio!”

************

CAPITOLO 8
La freccia speciale


Suor Paola non sapeva esattamente come fare e prese l’unica decisione saggia in quella circostanza. Con il permesso della superiora curiosò nel computer di India e vide subito che la ragazzina era in stretto collegamento con una certa Laura. Ricordò che le aveva parlato una volta della biologa costretta sulla sedia a rotelle, un po’ la mente organizzativa di tutto. Si decise a scriverle.

Da: missione 
A: Laura
Oggetto: India
Mi chiamo suor Paola e vivo alla missione che ospita India. Le scrivo in cerca di un aiuto perché gli eventi qui hanno preso una piega imprevista. India è al momento prigioniera in un campo della African Timber Company poco distante. Gli uomini della ATC negano tutto, eppure  ho la certezza che la ragazzina sia presso di loro contro la sua volontà, ma che comunque stia bene. Quando sono andata al campo a chiedere notizie, ho avuto la chiara impressione che India volesse farmi sapere che era lì ma allo tempo stesso che non la portassi via. Poiché mi fido delle sue intuizioni ho lasciato perdere. Ora però, onestamente, non so come procedere. Far intervenire la polizia locale sarebbe controproducente: nessuno vuol mettersi contro la ATC. Possiamo però contare sull’aiuto della tribù locale dei Lese. Aspetto notizie.
Suor Paola.

La risposta arrivò solo mezz’ora dopo.

Da: Laura 
A: Suor Paola – missione
Oggetto: Re: India
Cara Suor Paola. Conosco bene India e il suo comportamento non mi stupisce. Probabilmente intende restare al campo, sia pure prigioniera, perché così può ottenere un’informazione che è molto importante per il nostro lavoro. Potrebbe essere utile, però, fornirle in qualche modo un aiuto per scappare da lì quando lo riterrà opportuno. Conoscendo India, basta un semplice pezzo di filo di ferro: con quello è in grado di cavarsela in qualsiasi circostanza. Se solo l’ha frequentata un po’, capisce cosa voglio dire. Tenetemi informata e grazie per la vostra pazienza, che sicuramente la mia socia ha messo a dura prova.
Laura

Il pomeriggio stesso suor Paola fece visita al villaggio Lese, dove venne ricevuta con grande riguardo. Si appartò con il capo e gli raccontò tutta la storia: India era ormai molto popolare presso quella tribù e la vera difficoltà per la suora non fu tanto convincere i Lese ad aiutarla, quanto piuttosto frenare il loro impeto perché volevano aiutarla “troppo”, mettendo a ferro e fuoco l’intero campo ATC per liberare la prigioniera.
Venne deciso di compiere una ricognizione.

CODICE 99787900
RISERVATO URGENTE
DA: DIREZIONE ATC AFRICA 
A:  JACK KELM
RIPRENDERE OPERAZIONI NON PRIMA DI 48 ORE DA OGGI. PRIORITA’ ASSOLUTA SPECIE IROKO. 

“Intendete tenermi qui ancora a lungo?” chiese India a uno dei suoi carcerieri con aria petulante.
“Non lo so, deciderà il capo.”
Lei alzò le spalle.
“Tanto presto o tardi le suore che mi ospitano verranno a cercarmi.”
“Se è per quello una è già venuta ma l’abbiamo condita via e se ne è andata.”
“Davvero?” fece lei con aria stupita. 
Arrivò Jack con la solita birra in mano.
“Allora, signorina, volevi andartene? Ti accontenteremo, ma non prima di dopodomani”
“Perché non subito? Ve l’ho detto: mi basta solo un passaggio su uno dei vostri camion.”
“Perché fino a dopodomani non riprendiamo il lavoro, semplice. E non ci sono camion in partenza.”
India non mosse un muscolo del viso, ma avrebbe gridato dalla gioia. Quello stupido le stava dando l’informazione tanto cercata.
“Posso almeno uscire da qui?”
“Neanche a parlarne” replicò lui uscendo e richiudendo a chiave la porta.

“La vedi?” chiese suor Paola a uno dei Lese del gruppo di ricognizione, che si era spinto fino al campo ATC.
“E’ quella finestra laggiù, piccola e con le sbarre, vero?”
“Esatto. Sono certa che la nostra amica si trova lì dentro. Ma come facciamo a farle avere il filo di ferro?”
L’uomo studiò a lungo la questione.
“Se ci avviciniamo veniamo sicuramente scoperti.”
“Possiamo provare di notte.”
“No, troppo complesso”
In realtà i Lese avevano semplicemente paura del buio che ritenevano popolato di spiriti ostili.
Si fece allora avanti un giovane di nome Mbero, che fino a quel momento era stato in silenzio. Suor Paola l’aveva notato perché era l’unico del gruppo a portare arco e frecce.
“Posso riuscirci io.”
“E come?” chiese la suora.
“Semplice” ripose l’uomo timidamente. “Con una di queste.”
Le mostrò una freccia.

In cambio di un intero mese da passare al servizio di cucina, cosa che detestava, suor Paola ottenne dalla superiora il permesso di restare quella notte al villaggio dei Lese, dove li avrebbe aiutati a preparare la “freccia speciale”, rinforzata con una lungo pezzo di filo di ferro da far arrivare a India.
Mbero era il miglior arciere della tribù, ed era un tipo solitario e metodico. Quanto a suor Paola, se pensava che tutto si risolvesse nel legare un pezzetto di filo di ferro a una qualsiasi freccia, si sbagliava di grosso. Mbero le fece capire che era tutto un problema di pesi e contrappesi, se voleva essere certo di centrare da lontano il piccolo spazio tra le due sbarre della finestra e far arrivare la freccia a India. Avrebbe avuto solo un colpo a disposizione: non poteva certo seminare i dintorni della baracca di frecce non andate a segno!

Anche se svolta nel mezzo della foresta africana, la costruzione di quell’oggetto fu dunque una vera e propria opera di tecnologia elementare. Mbere soppesava, equilibrava, correggeva la sua freccia, la rimirava da ogni lato, simulava traiettorie. 
Suor Paola si spazientì, sentendosi del tutto inutile.
“Posso aggiungere anche un messaggio?”
Mbere la squadrò con aria severa e le spiegò che aggiungere anche solo un pezzettino di carta lo avrebbe costretto a rifare tutti i calcoli, perché lui era un uomo preciso e non voleva lasciare nulla al caso. Ne andava della sua dignità e non poteva…
“Va bene, va bene” tagliò corto la suora “Non ne parliamo più”
Uscì dalla capanna per pregare, come faceva tutte le sere. E scoprì che sotto lo splendido cielo stellato dell’Africa le sue preghiere venivano meglio. Valeva la pena passare un mese in cucina, anche solo per quello.

India invece era agitata, quella notte. Cercava un modo per andarsene da lì al più presto: doveva assolutamente raggiungere il suo computer e avvertire Laura.
Era stanca. Stanchissima.
SWWISSSSSSSSSSH  
TWOCK
Avvertì un forte sibilo nell’aria seguito da un rumore insolito e aprì gli occhi per scoprire molte cose.
Primo: era già giorno. Aveva dormito chissà quante ore.
Secondo: una freccia era finita misteriosamente nella sua stanza  
Terzo: la freccia aveva qualcosa di insolito
Quarto: sarebbe uscita presto da lì.
Filo di ferro: proprio quello che le serviva. Chissà come ci erano arrivati.      

Nello stesso istante, a poche decine di metri di distanza, un uomo e una donna erano appollaiati su un albero al limitare della foresta lasciata intatta dai bulldozer.
“Non riesco a vedere bene. Ce l’hai fatta, Mbero?”
“Certamente” rispose lui sempre parco di parole
“Hai centrato il passaggio?” continuò lei, incredula.
“Certamente”
“Vuoi dire… vuoi dire che la freccia è arrivata fino a India?”
“Certamente”
L’avrebbe baciato. Ma era una suora, dopotutto. E lui, timido com’era, magari non avrebbe gradito. E poi doveva scendere da lì al più presto perché stava per cadere. 

India non impiegò più di mezz’ora per modellare il filo di ferro e farne un grimaldello con il quale aprì facilmente la porta della prigione. 
Da uno spiraglio sbirciò fuori.
Non c’era nessuno.
Ricordò perfettamente il percorso fatto quando l’avevano portata lì; non si è bravi detective se non si imparano queste cose. Valutò che cinque-sei secondi sarebbero bastati per arrivare fin dietro uno dei bulldozer fermi, nascondendosi così alla vista del campo. Altri cinque secondi e avrebbe raggiunto la foresta.
Ancora silenzio.
Doveva rischiare, non aveva alternative.
Spinse il battente e corse fuori.

Uno… due… tre… quattro… cinque…. sei secondi ed era dietro il pesante automezzo. Ce l’aveva fatta. Restava ora la seconda parte del percorso.

Uno… due…
“Ferma! Ferma o sparo!”
Era la voce di Jack.

***********

CAPITOLO 9
L’ultima notte



Jack esitò tre secondi di troppo.
India non fermò la sua corsa, e quando l’uomo mirò per sparare non vide più nessuno. La ragazza era già stata inghiottita dalla foresta. Quello era il suo territorio dove sapeva rendersi invisibile. Inutile andarla a cercare. 
L’uomo ripose la pistola nella cintura dei jeans alzando le spalle. 
Dopotutto quella ficcanaso non poteva rappresentare un pericolo, lì nel cuore dell’Africa.
Sentendosi ormai al sicuro nella vegetazione, India ne approfittò per riordinare le idee: tutto era successo in pochi minuti dal momento in cui la misteriosa freccia era entrata nella cella.
La prima cosa da fare era raggiungere la missione e mettersi in contatto con la California.

Suor Paola aveva osservato la scena e per poco non era svenuta vedendo quell’uomo puntare la pistola verso la sua piccola amica che fuggiva. Non appena capì che India era in salvo, cercò di intercettarla nella foresta, ma invano. Nel tornare alla missione perse il sentiero un paio di volte e arrivò così tardi per i festeggiamenti. India era già nella sua stanza.
Bussò.
“Non posso, sono occupata… un attimo!”
Ecco, pensò, la solita storia.

India era davvero occupata a parlare via computer con Laura

<india> allora confermo. La data è dopodomani
<laura> va bene, faremo intervenire i rangers
<india> dovranno coglierli con le mani nel sacco mentre tagliano un grosso albero in violazione al divieto
<laura> già ma dove esattamente? La foresta è grande
<india> nessun problema. So dove andranno
<laura> come fai ad essere certa?
<india> semplice. Io stessa ho segnalato loro il prezioso Iroko da tagliare
<laura> sei sicura che si tratti di un iroko
<india> assolutamente no, ma quelli cosa capiscono? Vedrai, taglieranno quello
<laura> insomma, una trappola ben congegnata
<india> grazie
<laura> hai avuto paura?
<india> non tanto
<laura> io sì
<india> sei troppo apprensiva.
E invece aveva avuto paura eccome anche lei. Ma le seccava ammetterlo.

Nelle ore successive una fitta rete di comunicazioni venne stabilita fra Laura a Los Angeles, Valerio a Parigi e gli ufficiali dei rangers nel paese africano. Vennero preparati tutti documenti legali e trasmesse le coordinate del posto dove gli uomini della ATC sarebbero andati a tagliare. 

La trappola era pronta a scattare.

Ignari di tutto, Jack e i suoi uomini ingannavano l’attesa parlando di soldi. 
“Ho fatto un po’ di conti: con quel solo albero dovremmo ricavare venti dollari a testa di premio speciale. Poca roba, ma sarà solo il primo di una lunga serie. Dieci alberi, duecento dollari in aggiunta alla nostra paga. Cinquanta alberi, mille dollari.”
“Una piccola miniera d’oro”
“Una piccola miniera di legno, vorrai dire”
Risero tutti.
“Che facciamo se i Lese ci attaccano di nuovo?”
“Ho controllato, il loro villaggio è abbastanza lontano da dove opereremo noi. Non ci sentiranno neppure.”
“E la ragazzina?”
“La ragazzina ci è stata di grande aiuto, ma ora non ci serve più.”
“Dunque riprendiamo a tagliare”
“La compagnia si aspetta molto da noi.”
Finirono la discussione con l’ennesimo giro di birre.

Nonostante il successo della missione fosse ormai lì, a portata di mano, India era inquieta. Come se in tutta quella storia ci fosse ancora qualcosa di irrisolto non tanto sul piano operativo (la Squadra Verde aveva agito con la solita efficienza e prontezza), quanto sotto l’aspetto più strettamente ecologico. Certo, avrebbero bloccato gli uomini della ATC, cacciandoli dall’intero paese e ridimensionando una volta per tutte la loro arroganza. Ma via loro, un’altra compagnia sarebbe arrivata, e poi un’altra ancora in una catena senza fine. E lei non poteva essere sempre lì, con i suoi piccoli sotterfugi a difendere la foresta dalle aggressioni.
Quello era un compito dei Lese.
Ecco cosa non andava, in tutta la storia. Aveva finito per essere una partita personale tra la Squadra Verde e la ATC, mentre i Lese, gli unici che avevano un vero interesse a mantenere intatte le ricchezze della loro grande casa verde, erano stati in realtà solo dei comprimari.
Avevano lasciato fare, si erano fatti proteggere, un po’ rassegnati, un po’ fatalisti.
La solita, vecchia storia dell’Africa.
 
Il giorno dopo, alla vigilia dell’atto finale, approfittando della quiete che precedeva la tempesta, se ne andò di primo mattino al villaggio dei pigmei. Non le piaceva quello che doveva fare, ma era necessario. Lei, una ragazzina di tredici anni, per di più un’estranea che veniva da un altro continente, andava dal rispettato capo di quella tribù per parlargli di dignità, di doveri, di responsabilità, di impegno a salvaguardare la “loro” foresta. Che diritto aveva, in fondo?
Ma lo fece. E quello fu il suo maggior atto di coraggio.  

Man mano che veniva sera, la sua agitazione aumentava. E se gli uomini della ATC avessero mangiato la foglia (strana espressione, per dei tagliatori di alberi) e non si fossero presentati? E se il posto era sbagliato? E se qualcuno avesse nel frattempo avvertito la multinazionale che era pronta una trappola? Magari poi alla fine tutto sarebbe stato vano, e la ATC sarebbe uscita come sempre indenne dall’inchiesta.
Tutte domande che si affollavano nella sua mente.
“Così è finita” disse suor Paola sedendosi sul letto.
“Proprio finita no. Domani, sarà finita.”
“Ma tu non puoi fare più niente.”
“Appunto”
“Preoccupata?”
“Molto.”
Suor Paola le sorrise “Hai fatto il tuo dovere. Non puoi controllare tutto.”
“Ma…”
“… lascia che le cose seguano il loro corso, India. So cosa hai fatto oggi con i Lese, ma non impedire che un po’ d’Africa entri in te. Lascia scorrere gli eventi e abbi fiducia. Ricordati che non tutto dipende da noi.”
Forse India non ascoltò tutta la frase. 
Ad un certo punto si era addormentata.

Al campo ATC quella notte tutti invece restarono svegli per la missione del giorno successivo. Dovevano controllare gli automezzi e le motoseghe, studiare i percorsi, predisporre le operazioni di trasporto. Il lavoro riprendeva alla grande; niente e nessuno li avrebbe fermati.
Jack Kelm sorrise. Aveva avuto un’idea geniale.

A Los Angeles era il tramonto e Laura, dopo aver concordato gli ultimi dettagli legali con Valerio, se ne restò a lungo a fissare la grande striscia rossa che si allungava sull’oceano finalmente ritornato calmo. Pensava a India, al suo entusiasmo, al suo coraggio. Era proprio la figlia che una mamma poteva desiderare. Insomma…era bugiarda, arrogante, impicciona e si infilava in ogni genere di pericolo. Ma era la sua India.

Al villaggio Lese, il capo convocò tutti i guerrieri. La discussione durò per buona parte della notte.

Anche la foresta non dormiva. Ma quella non era una novità, perché la foresta è sempre sveglia: col buio cambia solo animali, fiori, foglie, profumi e suoni. 

***********

Capitolo 10
Lascia che l’Africa…


I bulldozer si mossero all’alba. 
Jack aveva pianificato per l’occasione una vera e propria operazione militare. In testa al convoglio due mostri di acciaio aprivano la strada travolgendo tutto al loro passaggio. Dietro di loro tre giganteschi camion dal grande pianale pronto per accogliere i preziosi alberi avevano le cabine stipate da uomini armati di motoseghe. In coda a tutto c’era una squadra in pieno assetto di guerra: tuta mimetica, armi leggere, radio con frequenze protette. Avrebbe avuto il compito di controllare e neutralizzare eventuali interventi dei Lese.

Dopo una notte agitata, popolata da brutti sogni e da improvvisi risvegli, India si preparò in fretta per il gran giorno. Salutò frettolosamente suor Paola infilandosi nella foresta lungo il sentiero dello scimpanzé, come ormai lo aveva soprannominato. Aveva davanti una buona ora di marcia per raggiungere la zona dell’Iroko, quella che aveva a suo tempo indicato a Jack. Se tutto andava secondo i piani, là avrebbe incontrato i rangers già nascosti nella vegetazione e pronti a intervenire.

“Eccoci arrivati, Jack”
Il guidatore del primo bulldozer fermò l’automezzo e controllò la mappa.
“E’ questo il posto, vero?”
Dopo aver consultato il GPS, il capo annuì. “E’ questo. Iniziamo le danze.”
Jack parlò alla radio.
“Squadra Victor mi sentite?”
“Sì Alfa Uno” era quello il nome in codice di Jack “ti sentiamo forte e chiaro.”
“Prendete posto lungo il perimetro assegnato.”
“Ricevuto. Eseguiamo.”
Jack prese dallo zaino un bionocolo e salì sul tetto del bulldozer per controllare l’area attorno. 
Sembrava tutto tranquillo: il rumore degli uomini della squadra Victor che prendevano posizione tutto attorno si confondeva con quello della foresta. Oltre la fitta chioma degli alberi  si scorgevano squarci di cielo grigio e pesante che toglieva vita a tutti i colori. Il caldo era soffocante e annunciava pioggia.  

Ormai vicinissima alla meta, India raddoppiò le precauzioni per non farsi sentire. Da un momento all’altro avrebbe scorto le divise verdi e brune dei rangers appostati nella zona convenuta. Ritrovò uno per uno i punti di riferimento (un ramo spezzato, un piccolo taglio nel tronco, un nido di formiche) che aveva preso nell’ultima ricognizione.
Vide allora qualcosa muoversi dietro un albero e l’improvviso bagliore di un’arma.
Sciocchi, pensò, così si faranno individuare.
Si avvicinò a un ranger che si accorse della sua presenza solo quando lei era a meno di due metri. Anche volendo, non avrebbe saputo difendersi in caso di attacco.
“Sssst. Sono io”
L’uomo, che aveva i gradi di sergente, la squadrò sorpreso. “Sei India, la ragazzina che aspettavamo?”
Domanda stupida, non girano molte ragazzine indie nella foresta africana.
“Esatto. Voi siete pronti?”
“Prontissimi. Ci sono altri quaranta rangers qui attorno. Aspettano solo il mio segnale per muoversi.”
“Come è la situazione? Non sono ancora arrivati?”
“No, non ancora. E’ tutto tranquillo.“
“Aspettiamo.”
India avvertì uno strano brivido alla base del collo. C’era qualcosa che non andava.

“Alfa Uno a Victor. Cambio”
“Avanti Alfa Uno.”
“Siete in posizione?”
“Affermativo.”
“Ok. Iniziamo con la fase due.”
“Ricevuto.”
A un segnale di Jack, gli uomini della ATC scesero dai camion e si diressero in colonna verso un gruppo di alberi.
Due minuti dopo, la foresta esplose per il rumore delle motoseghe in funzione. 
Decine di occhi guardavano dal buio della vegetazione.

“Ancora niente?” chiese India al sergente che scrutava la zona con il binocolo.
“Niente.”
 “Non capisco. Avrebbero già dovuto essere qui!”
E invece capiva benissimo. Era stata giocata! Jack e i suoi uomini avevano intuito la trappola ed erano andati a tagliare da un’altra parte.
Aveva perso.

In quel momento, un uomo correva a perdifiato nella foresta saltando radici, evitando buche, aggirano gli ostacoli del terreno, usando un piccolo machete per farsi largo nell’intrico verde. Avevano scelto lui per quel compito perché era il più agile di tutti. Doveva farsi onore.

Un’orribile ferita bianca si stava intanto lentamente aprendo nel tronco dell’albero. I denti delle motoseghe mordevano il legno in un frastuono infernale, mentre Jack fumava beatamente con un sorriso enigmatico sulle labbra. Aveva fatto bene a cambiare i suoi piani all’ultimo momento.

“Silenzio!” intimò India.
Il sergente la guardò con aria interrogativa.
Lei gli rispose a gesti: stava arrivando qualcuno. Il suo straordinario sesto senso non la tradiva mai.
Lo sconosciuto faceva un gran rumore, segno che non intendeva affatto nascondersi.
Pochi secondi dopo le apparve un pigmeo Lese con un piccolo machete in mano. Lo riconobbe per averlo visto qualche volta al villaggio.
“Presto! Seguitemi” disse il nuovo arrivato. “Gli uomini che cercate sono a un’ora di cammino, in quella direzione.”
“Come è possibile?” chiese Iondia
“Non lo so, ma sono là con i loro automezzi e stanno già tagliando.”
Il sergente radunò gli uomini.
“Come hai fatto a scoprirli?”
“Noi Lese siamo sparsi nella foresta a controllare. Ordine del nostro capo. Evidentemente ieri devi avergli detto qualcosa, perché ha mobilitato tutti gli uomini per difendere questa zona.”
India capì allora molte cose, in quel momento. Che il suo piano, così ben organizzato, sarebbe fallito senza l’aiuto dei pigmei. Che c’era ancora una speranza. E soprattutto le tornò in mente una frase ascoltata la sera prima, mentre stava per addormentarsi.
“… lascia che le cose seguano il loro corso…non impedire che un po’ d’Africa entri in te…”
Gli eventi e il caso la stavano aiutando. 
L’Africa sempre imprevedibile.
Mentre pensava a tutte queste cose, stava già correndo con i rangers dietro al piccolo Lese.

Alla fine il grande albero crollò a terra tra le grida di gioia dei presenti. Come voraci insetti gli uomini della ATC saltarono addosso al grande tronco per spogliarlo di rami, foglie, fiori, liane, funghi, muffe, ragni, formiche, insomma, di tutta la sua vita.
Dovevano fare in fretta: erano in ritardo sulla tabella di marcia. Jack richiamò allora dal perimetro anche le guardie armate perché dessero una mano ai compagni.
E fu in quel momento che commise un errore fatale.

CRAAAAAAAKKKKK
Le raffiche sparate in aria dai rangers per avvertimento coprirono ogni altro rumore e in pochi secondi avvenne qualcosa di assolutamente irreale.
Si fece silenzio.
Rotto dal suono distorto di un megafono.
“Rangers statali. Fermi tutti! Siete circondati!”
CRAAAAAAAAAAAK
Una nuova scarica di armi leggere fece capire che non era uno scherzo.
I rangers si mossero con estrema prontezza e uscirono tutti contemporaneamente allo scoperto prendendo il controllo dell’area. Le armi della ATC erano ammucchiate in un punto e furono subito confiscate.
Il sergente fece un passo avanti.
“Chi è il responsabile qui?”
Jack non aveva smesso il suo sorriso beffardo.
“Io, perché?”
Il sergente gli consegnò un foglio. “Ordine del procuratore generale. Siete tutti in stato di arresto per aver violato una disposizione del governo sui luoghi sacri. Le operazioni devono essere immediatamente sospese qui e in tutto il territorio nazionale. In questo preciso istante stiamo comunicando con la capitale e fra poco la polizia farà irruzione nella vostra sede per comunicare l’ordine di espulsione. Avete 48 ore di tempo per lasciare definitivamente il paese ed evitare così la prigione.”
Disse tutto di un fiato, mentre Jack e i suoi uomini man mano impallidivano. Quella non era una semplice pattuglia in giro per la foresta e facile da corrompere con qualche dollaro. 
Quella era un’operazione pianificata a livello centrale.
Ma come avevano fatto a scoprirli? Evidentemente sapevano tutto: sapevano che avrebbero ripreso a tagliare e quando. E dove, nonostante lui avesse cambiato all’ultimo momento i piani. 

Capì tutto quando la vide uscire dalla vegetazione. 
“Ci si rivede, Jack”
“Ci si rivede, ragazzina”

*****

Un mese dopo.
“Guarda… guarda…” disse India a Laura ritirando una busta dalla cassetta postale “c’è ancora qualcuno che scrive lettere… di carta.”
Poi vide il francobollo e comprese.
In casa, accompagnò Laura con la sedia a rotelle vicino alla finestra, si accoccolò sul divano e iniziò a leggere ad alta voce.

“Cara India, 
l’eco della vicenda ATC non si è ancora spenta. I tagliatori di alberi se ne sono andati in tutta fretta perdendo ricchissimi contratti e il governo centrale ha emanato una legge molto più rigorosa in termini di commercio del legname. I Lese sono stati incaricati ufficialmente di presidiare una vasta area di foresta, ormai dichiarata definitivamente zona sacra. Ben difficilmente qualcuno in futuro proverà a disboscare illegalmente da queste parti!

Al convento la vita è ripresa sui binari normali, immediatamente dopo la tua partenza. Tutto è tornato tranquillo e c’è un bel silenzio attorno. Eppure ogni tanto mi piacerebbe sentire il rumore di una corsa, di quella corsa, o qualcuno che mi grida “aspetta... aspetta… arrivo” dietro una porta. Insomma, ci manchi tanto. Persino la superiora un giorno si è confidata dicendomi che avevi portato un raggio di sole lì dentro. Le ho spiegato il significato del tuo vero nome ‘Tasi’.

Resta solo un piccolo mistero da chiarire. Così come era improvvisamente arrivato (e tu sai benissimo come!) lo scontroso Toubé un bel giorno è altrettanto improvvisamente sparito dal pianoro. Chissà dove è andato? 
Un abbraccio. 
Paola”

Toubé in quel momento era in quella stanza e fissava il grande oceano blu. Forse era il gioco delle luci, ma a India sembrava che avesse perso la sua aria corrucciata. Anzi, pareva sorridere.

FINE
