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Cardanica
Dario Tonani
Il Guardiasabbia sollevò appena il cappello e si passò le dita sul cranio lucido. I lunghi tergicristalli neri spazzolavano adagio il vetrogel della plancia alimentandolo con un composto di alcali e sali minerali. Il primo giorno del quarto mese di viaggio era un mercoledì nuvoloso, che prometteva pioggia entro sera. Avevano avuto grane la notte precedente e quella prima ancora: piccoli inconvenienti in manovra, dovuti a improvvisi cali di regime dei motori, abbastanza rognosi, però, da far scattare gli allarmi e innervosire l’equipaggio.
Da oltre sei settimane non vedevano altro che dune e terra arsa dal sole: una sterminata monotonia di gialli, interrotta soltanto dal rotolare indolente dei grossi cespugli a palla, entro i quali – protetti da una cellula ricavata tra le spine – viaggiavano qualche volta gli Ghmor, i nomadi del vento che abitavano le aree subtropicali di MondoNove.
I tergicristalli rientrarono silenziosamente nelle loro sedi e lasciarono che il vetrogel finisse di bere. Tutto sulla Robredo era stato pensato per sopravvivere a condizioni estreme e a un impiego esasperato. Garrasco D. Bray era stato imbarcato su altri quattro cargo col grado di Guardiasabbia, ma nessuno di questi poteva reggere il confronto con quella imponente meraviglia: trentasei ruote – cinque metri e quaranta di diametro ciascuna – oltre 25.200 tonnellate di dislocamento, otto caldaie in grado di sviluppare 45.000 cavalli vapore, 73 uomini di equipaggio, sei compartimenti indipendenti, il che significava altrettanti treni gomme autonomi. Un capolavoro di metallo e vetrogel, all’interno del quale, incastonate come autentiche gemme di ingegneria meccanica, c’erano le sei aree che consentivano alla Robredo di viaggiare senza eccessivi scossoni su qualsiasi asperità del terreno, i sei pneumosnodi. Ognuno di loro valeva da solo più del resto della nave. Se la Robredo fosse morta, naufragata nelle sabbie subpolari o spezzata dalle tempeste elettriche della regione attorno ai grandi laghi, gli pneumosnodi si sarebbero sganciati dal resto del cargo e un programma li avrebbe messi in grado di raggiungere autonomamente il metroporto più vicino, dove sarebbero stati installati sul primo cargo compatibile. Qualsiasi armatore avrebbe sborsato cifre da capogiro e allestito in fretta e furia un esercito di tecnici pur di poterli montare a bordo della propria nave.