Ovunque era stato, Garrasco non aveva visto più di una parure di due pneumosnodi. E mai uno dell’ultima generazione, di quella cioè a cui appartenevano gli pneumosnodi della Robredo.
Il secondo pilota Victor Galindez piegò leggermente il timone a sinistra. Con uno stridere di lamiere levigate, la Robredo si accinse a curvare. Il rumore crebbe d’intensità, fino ad assumere il tono lamentoso di metallo contro metallo. Il pilota aumentò l’inclinazione della ruota di governo, puntellandosi con i piedi sul pavimento di linoleum. Per evitare che la Robredo si impantanasse prima ancora di iniziare la curva la velocità non doveva scendere che di un paio di miglia all’ora. Garrasco tenne sott’occhio i comandi in plancia.
“Sei al minimo, Victor.” Girò la testa verso l’oblò alla sua sinistra, inspirò profondamente e premette la fronte contro il vetrogel, che gli aderì al viso allungandosi verso l’esterno. Trattenendo il fiato nella membrana, si volse a guardare verso poppa. Si tirò indietro, espirò e attese di riprendere fiato. “Ci sei, ora tienila.”
Molto pigramente, una ventina di metri dietro di lui il convoglio stava disponendosi ad arco. Segno evidente che, attraverso gli pneumosnodi, la prua della Robredo stava inducendo il resto della nave ad assecondare la curva. Sul ponte di comando lo stridio delle superfici che sfregavano le une contro le altre si fece assordante. Garrasco tornò a immergere la testa nel vetrogel e si protese verso l’esterno. Rinvigorita dal recente pasto, la sottile membrana elastica si tese aderendo a naso e bocca. Dopo una lunga apnea, Garrasco riparò con la testa all’interno della nave, si massaggiò le guance e prese le cuffie da calcarsi sugli orecchi. Davanti a lui, Victor si era spostato leggermente verso destra e faceva leva con il corpo per aumentare di qualche grado l’inclinazione verso sinistra del timone. Garrasco sganciò un paio di cuffie da una paratia e gliele accomodò sul capo. Voltandogli le spalle, il secondo pilota Victor Galindez lo ringraziò con un cenno del capo. Una serie di colpi riverberò sotto il pavimento e mandò Garrasco a sbattere contro la paratia di dritta. Anche sotto la cuffia, il lamento strozzato delle superfici di metallo che si disponevano secondo un nuovo asse, sfregando le une sulle altre, arrivava all'udito come uno sciame di aghi arroventati. La plancia s’impennò verso l’alto – una, due volte – e poi prese a sobbalzare freneticamente, come scossa da un inatteso flusso di energia che corresse appena sotto il pavimento.