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Intanto Mario Monti si metteva all'opra segnalandosi per un irragionevole contabile, “un tecnico”, come lo chiamano i giornali per non dire uno sciocco, incapace di concepire la più elementare visione politica, strategica. Errori, svarioni, brutte figure sue e dei suoi ministri hanno cominciato a piovere senza tregua, inaugurate dall'incredibile pianto in pieno consiglio dei ministri, sotto gli occhi del paese esterrefatto, della titolare del dicastero del Lavoro, questa acidula maestrina promossa a cattedre troppo più grandi di lei. Elsa Fornero arriva subito a guadagnarsi il titolo di ministro più insopportabile in un governo di antipatici, di frigidi, di indifferenti alle sorti dello stato che dovrebbero raddrizzare. Gente anaffettiva, psichicamente impotente a sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda della sofferenza. Gente con tutta l'aria dei soddisfatti, degli appagati di un mondo che si erano costruiti a loro misura, molluscoide, noioso ma confortevole, improvvisamente travolti dall'ebbrezza del potere vero, quello che spalanca tappeti di lingue, che apre tutte le forze, che la mattina ti fa trovare i giornali che scrivono quello che vuoi tu, come soleva dire Napoleone III che proprio per questo non li leggeva mai. L'atteggiamento della libera informazione in occasione dell'insediamento all'italiana del governo dei tecnici ha segnato una pagina mortificante, peggiore del peggiore servilismo riservato al Cavalier Berlusconi. Monti nel suo annus horribilis non è mai stato davvero attaccato da nessuno, tutti i media di una qualche rilevanza lo hanno sostenuto contro qualsiasi evidenza e decenza. Mai era apparso tanto evidente come in questo caso l'intreccio, fatale, irreversibile, tra potere politico e potere finanziario e industriale: giornali e televisioni, possedute da industriali in politica o in odor di politica, a loro volta bisognosi delle mille coperture e connivenze politiche per protrarre i loro Monòpoli, hanno fatto a gara nel dipingere una politica dissennata e demenziale come l'unica possibile. I pochi, come Oscar Giannino, che attaccavano il mediocre professore imputandogli di non avere pensato ad alcuna azione di rilancio per tempo, venivano silenziati o derubricati a personaggi pittoreschi. Ma Giannino, vox clamans in deserto, si sta prendendo la sua rivincita mettendosi a capo di uno schieramento, chissà quanto credibile, di liberal-liberisti che non ne possono più dell'arancia meccanica di Monti. Una manovra, subito, come regalo di Natale, da 20 miliardi che ha traumatizzato una nazione già sfibrata da una crisi mondiale a lungo sottovalutata, e che il precedente “superministro” economico Tremonti, forse il peggiore dei sottovalutatori, aveva cercato in extremis di arginare con ulteriori 30 miliardi cavati dalle tasche degli italiani. Ma Monti niente, si accaniva, gli premevano i parametri europei, gli importava di salvare il sistema bancario da lui giudicato il migliore, se non l'unico, dei mondi possibili. Per chi può accedervi, gli altri si impiccassero pure. E infatti hanno cominciato, uno, due al giorno, un ritmo infernale, mentre 30 aziende o fabbriche ad ogni spuntar del sole seguivano identica sorte. E tanto accanimento fiscale non serviva. Dicevano i tecnici veri, i bene informati nella comunità finanziaria internazionale: è assurdo, Monti ha tarato la sua manovra su un pil in decrescita dello 0,5% quando noi sappiamo che è almeno lo 0,8% su base trimestrale, il che significa -3% su proiezione annua. “Vedrai” mi diceva un analista che lavora a Londra “che già a Pasqua dovrete subire un'altra manovra, e per l'estate una terza. E nessuna di queste servirà”. Ci ha preso, altroché se ci ha preso, Monti ad ogni cambio di stagione assicurava, mai più stangate, e intanto stangava. La benzina non ha mai smesso di salire, le bollette venivano “ritoccate” in media una volta al mese, in agosto osservatori e studi di settore diffondevano un maggior costo per le famiglie italiane di ulteriori tremila euro annui, con i mutui schizzati fuori controllo e le varie voci di spesa salite di otto, dieci, cento volte tanto negli ultimi 10 anni. Non c'era più spazio per ulteriori aumenti ma Monti non se n'è curato, ha continuato ad infierire. Nell'estate più fiacca dalla fine della guerra, la più depressa e breve, la più spenta e angosciata, queste cifre sono suonate come il deprofundis per qualsiasi prospettiva di rinascita. Ma, non paga la solita Fornero poteva dichiarare, da nessuno contraddetta: “Noi abbiamo salvato l'Italia”. A conferma della paranoica distanza di questi tecnici dal cosiddetto paese reale, quello che in questi mesi non ha fatto che morire. Nelle stesse ore il premier Monti andava a chiedere legittimazione allo squalificato meeting di Rimini, la kermesse della famigerata Comunione & Liberazione, squassata da scandali a ripetizione che gravitano nell'orbita del gran capo Formigoni detto “il celeste”. Ma i ciellini, come tutti i fondamentalisti, credono che Dio sia con loro a prescindere e Monti, mediocre ma esperto nell'annusare dove tira il vento, ha subito ustato quello dei soldi, del potere che permane, che potrà farlo durare anche domani a dispetto dei suoi mistificanti annunci di ritiro dopo avere portato il sistema alle elezioni del 2013. Al meeting ciellino dei grandi sponsor e dei grandi affari, Monti ha regalato una delle sue banalità, non si capisce mai se tragiche o solamente ciniche: “I giovani sono molto penalizzati” ha scandito con la sua voce metallica, con la sua faccia inespressiva. Trascurando di precisare che l'ultimo a penalizzarli è proprio lui, e che comunque dal computo delle penalità restano fuori, come si conviene, i figli e nipoti suoi e, naturalmente, della illuminata compagine di governo.

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