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Pyramid - Un’assassina di nome Jane

by Andrea Manfredi Hofer

Copyright 2006 Andrea Manfredi Hofer

Smashwords Edition

Capitolo primo

Larry Stamp era contento del suo lavoro. Aveva ventinove anni ed era già il responsabile della sicurezza del Female State’s Prison, il carcere femminile di Pyramid.

Quella calda sera d’estate, a bordo della sua Freelander color turchese, acquistata appena due giorni prima, si accese una sigaretta. Inspirò catrame e nicotina, espirando fumo grigio che andava a perdersi nell’affascinante contrasto tra il rosso del tramonto e il blu naturale del mare.

Larry si sentiva soddisfatto perché era riuscito a realizzare il sogno che aveva sin da bambino, un sogno di tanti bambini, quello di poter diventare in un qualche modo eroi, eroi in divisa come i poliziotti, in camice come i medici, in doppio petto come i politici.

Larry era un ragazzo intelligente e con i piedi per terra. Sapeva benissimo che non tutti i poliziotti erano eroi, che nemmeno tutti i medici lo erano e che, certamente, non lo erano i politici, ma aveva sempre cullato nella sua mente il desiderio di diventare un “difensore della società”. Quel desiderio si trasformò in realtà quando poté entrare nel corpo delle guardie carcerarie. Al corso d’addestramento dei suoi sogni ne aveva parlato con Sten, un personaggio ispido di cui era diventato amico. Ricordava che Sten gli aveva risposto bruscamente:

– Tu sei uno stronzo idealista, questo è uno dei più merdosi lavori del mondo. Tutti i giorni spalla a spalla con una feccia che vorrebbe affogarti nella sua merda.

Larry aveva sorriso alle dure parole dell’amico e mettendogli amichevolmente una mano sulla spalla aveva ammesso:

– Forse hai ragione.

Ma per lui non era così e lo dimostrò mettendo nel suo lavoro impegno e dedizione.

Riusciva sempre a sedare le numerose risse cui gli capitava di dover assistere, grazie anche alle sue parole lente e suadenti e a quel sorriso gentile che brillava innocente illuminando la pelle abbronzata. Le detenute chiamavano Larry “l’angelo” perché sembrava quasi un bambino in un mondo di orchi, ma molti di quegli orchi, a modo loro, gli volevano bene, perché intuivano che quel ragazzo semplicemente li rispettava.

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