LA PICCOLA ZINGARA





























































Copyright 2013 Francis Allenby



LA PICCOLA ZINGARA





Avevo circa sette anni e tenevo stretta la mano di mia madre mentre uscivamo dal supermercato. L’uscita, però, era bloccata da un capannello di gente che faceva circolo intorno a due persone, ed io e mia madre dovemmo farci strada, pazientemente, per venirne fuori. Ci trovammo, così, a passare proprio dappresso a quello che era il fulcro dell’attenzione di tutto quel pubblico.

Una zingara, con indosso una gonna lunga e larga, dai colori scombinati e pacchiani, si agitava e gesticolava come una ossessa. La sua voce aveva le stesse sonorità di un flauto di Pan, ma in quel momento se ne registravano le note più alte, ben oltre il rigo.

La donna camminava in su ed in giù mentre manifestava il suo disagio, sbraitando nella sua lingua gitana di cose che chi la ascoltava non riusciva a capire.

Ed anche io ignoravo la causa di tutto quel trambusto, troppo piccolo perfino per comprendere i motivi dell’ira che avrebbe potuto prendere qualche mio conterraneo che parlasse la mia stessa lingua.

Si trattava, certo, di un torto che aveva subito o che aveva creduto di subire, magari accusata di un furto o di un tentato borseggio ai danni di qualche ‘gadjo’, che è il termine con il quale i rom definiscono tutti coloro che non appartengono alla loro etnia.

Dopo aver osservato per un po’ la donna scalmanata, però, la mia attenzione fu attirata, credo per un processo naturale, da qualcuno della mia stessa età.

Era una bambina, con una pelle dal colore del cioccolato al latte e due occhi grandi, bellissimi, neri come la pece.

Anche ella, come sua madre, era vestita dimessamente, forse in maniera anche più evidente.

In tutta quella confusione la piccola era tanto silenziosa quanto la donna adulta era rumorosa: il capo quasi chino, ma con le sue luccicanti pupille nere fisse verso chi la stava osservando.

Aveva le braccia raccolte sul petto e fra la braccia stava una bambola gualcita, lacera, ammaccata: certo era una bambola recuperata dai rifiuti oppure un dono di qualcuno che non sapeva, ormai, più cosa farsene. Per lei, però,doveva avere certo un valore molto grande.

Ricordo ancora, come fosse adesso, che un gruppo di ragazzi più grandi la studiava con sorrisi melliflui carichi di ironia, di derisione, di disprezzo. E verso di lei venivano rivolti dei commenti di scherno, di dileggio per la sua condizione, per quello che in effetti era: una bambina povera e nomade.

Ma a tutto questo ella reagiva serrando ancora di più le belle labbra carnose e stringendo ancora più forte al cuore quella bambola logora, a cui qualcuno aveva messo qualche pezza a mo’ di vestito, come se da quella dovesse trarre forza, oppure per proteggerla, come una piccola mamma avrebbe fatto con sua figlia.

E quegli occhi spalancati, tristi, che riuscivano ad esprimere una pena così grande solo a guardarli.

Tutto questo accadde in pochi attimi: la mano di mia madre mi tirò subito via per recarci alla vicina fermata dell’autobus che ci avrebbe riportati a casa.

Avrei tanto voluto dire qualcosa, forse anche in una maniera un po’ ingenua e troppo semplice, a chi la stava offendendo con tanta crudeltà. “Lasciatela stare. Cosa vi ha fatto quell’anima di Dio? La insultate solo perché è una mendicante? Perché è vestita di stracci? Non è certo colpa sua se è nata sventurata, ed anche lei vorrebbe avere dei begli abiti e tanti soldini per comperare caramelle e giocattoli nuovi.”

Che eterno castigo la povertà. Che maledizione è, e sarà sempre, essere gli ultimi in questa società disumana che non ti perdona di essere un fallito, un perdente. Per questo sono castigati, continuamente, i miserabili: è gente che ha immancabilmente torto, delinquenti e criminali in ogni caso, senza incertezze, senza alcun dubbio, senza alcun ripensamento, perché gli straccioni sono sempre i più cattivi ed i più infami.

Ai poveri non spetta la pietà e neppure il perdono. Ai poveri spetta solo l’inferno, in questa vita e nell’altra, fino alla fine del mondo.








Libri dello stesso autore: LO STOLTO DI CARDIZZINI
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