Interview with Marco Nundini

Il magazine di Casa Bolaffi ha definito il tuo primo romanzo un giallo filografico. Di cosa stiamo parlando?
Il nome della mia etichetta indipendente, ilFilografo, trae origine dal coprotagonista del primo romanzo: il Filografo. E' uno studioso della civiltà della scrittura. Un esperto di filografia. La Filografia, un termine composto dalle parole philos e graphia, ovvero scrittura,è lo studio ed il collezionismo di tutte le tracce relative alla scrittura, dai caratteri sumeri alle lettere inviate nello spazio, dalle pergamene medievali alla dematerializzazione della parola scritta nei messaggi di posta elettronica e negli SMS. Ogni reperto filografico non è dunque il singolo testimone di un'epoca, di una cultura o di una civiltà, ma è il puzzle per ricomporre la civiltà della scrittura. Bel modo per iniziare un giallo, vero!
Ma siamo veramente prossimi al declino, se non alla perdita del ductus della scrittura? O si tratta semplicemente di un presagio troppo influenzato dalla moderna tecnologia o dall’incalzare di una generazione di nativi digitali?
Anche il Time ha pubblicato un reportage che parla di “lutto per la morte del corsivo”, segno che di problema planetario si tratta. Stiamo parlando della civiltà della scrittura. Ci sono tutti gli ingredienti per inserire un tema così importante in un romanzo a tinte noir. Un segreto nascosto tra le pieghe della scrittura, tra le missive che per decenni i suoi avi hanno spedito da una sponda all’altra dell’oceano. Ad aiutarla è un docente e ricercatore fuori dalle righe e dal tempo: il Filografo. Sarà proprio lui a farle intraprendere un viaggio che la porterà dalle rive scaligere dell’Adige sino alle sponde del Riò Paranà, passando dalle campagne di Riese, sfiorando i nebbiosi vigneti del Piemonte.
Sono davvero così tanti i giovani che hanno perso la capacità di scrivere in corsivo?
So che può sembrare strano, specialmente a quelli come me che fanno parte di quella generazione dove la penna stilografica rappresentava un regalo importante, un passaggio. Se ti riferisci alla citazione che il Filografo, personaggio chiave di Vite Corsive, fa durante una sua lezione posso dirti che è tutt’altro che inventata. Arriva da uno studio dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Clinici guidata dal professor Guido Pesci. La perdita della scrittura corsiva è una realtà assai bene documentata da sociologi, neurolinguisti, pedagogisti. E’ il risultato di un processo di omologazione culturale che si è accentuato con l’avvento delle nuove tecnologie, ma soprattutto sottovalutando l’importanza della scrittura corsiva che, in molti casi, è stata relegata al ruolo di Cenerentola nei programmi didattici.
Non ti sembra che questo allarmismo calligrafico possa essere scambiato come la visione nostalgica di una generazione che fatica a stare al passo con i tempi?
Io sono un uomo perfettamente a suo agio con le tecnologia dell’era in cui vive, anzi potrei quasi dire che sono un cultore della civiltà digitale, ma proprio per questo ne riconosco rischi e limiti. Stringere una penna tra le mani ed affrontare un foglio con il corsivo è un fatto fisiologico. Umberto Eco, ad esempio, ne parla come del prolungamento della mano, qualcosa di assolutamente biologico. Una forma di comunicazione legata al corpo. Ho letto di recente un articolo interessante dove era spiegato molto bene che scrivere in corsivo significa tradurre il pensiero in parole, in unità semantiche, scrivere in stampatello vuol dire invece sezionarlo in lettere, spezzettarlo, negare il tempo e il respiro della frase. Non è dunque un caso che siano in tanti a ritenere che la perdita del corsivo è alla base di molti disturbi dell' apprendimento segnalati dagli insegnanti elementari e che rendono poi più arduo tutto il percorso scolastico. C’è addirittura chi si spinge oltre. Evi Crotti, psicopedagogista, scrittrice ed esperta di grafologia, dalle pagine de Il Giornale, scrive che la maggior parte degli adolescenti che preferiscono scrivere in stampatello pone in evidenza un disimpegno verso la realtà, un mascherarsi di fronte alla responsabilità. A fronte di questa analisi gli educatori, cito sempre la Crotti, dovrebbero fare molta attenzione prima di chiedere o addirittura d'imporre di sostituire una grafia illeggibile con lo stampatello, poiché ciò sottintende già qualcosa che non va, e cambiare il corsivo con lo stampatello è come prendere una pillola senza risolvere il problema che sta a monte. Forse è per questo che in Inghilterra alcuni anni fa diverse scuole hanno reintegrato l'uso della penna stilografica, per costringere gli studenti a imparare di nuovo la bella grafia, mentre in Francia gli istituti superiori sono tornati alla dettatura, visto che di anno in anno gli studenti avevano deciso senza motivo di decapitare migliaia di parole dei loro accenti.
Penna contro computer?
Non c’è nessuna guerra santa! Non è un problema di scelte. Si tratta di comprendere che i due strumenti possono coesistere, integrarsi. Ci sono cose che mai mi sognerei di fare a mano oggi, visto che il computer è straordinario. Penso solo alle ricerche bibliografiche. Ma il fascino, la ricchezza espressiva, l‘esercizio di stendere parole sulla carta hanno quel valore aggiunto che nessuna tastiera possiederà mai. E’ come dare forma ad un pensiero con un’unica linea. Un esercizio neuro motorio straordinario. Una sorta di simbiosi con il mondo che ci circonda e che ci appartiene.
Non ti sembra che questo allarmismo calligrafico possa essere scambiato come la visione nostalgica di una generazione che fatica a stare al passo con i tempi?
Ho letto alcuni saggi sulla scrittura bustrofedica. Non ti spaventare! E’ il nostro modo di scrivere che parte da un lato e corre sino ad un margine e srotola le lettere corsive nello stesso modo. Così come il nostro occhio corre da sinistra a destra, dall’alto in basso, i nostri registi cinematografici nella maggior parte dei casi spostano i carrelli da sinistra a destra e probabilmente i nostri agricoltori tenderebbero a lavorare i campi andando da sinistra a destra e via di seguito. Tutto questo cambia se a scrivere è, ad esempio, un iraniano. L’occhio e la scrittura, in questo frangente, vanno da destra a sinistra. Jean Claude Carriere, notissimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, conferma che lo stesso vale per le inquadrature del cinema di quel paese. Quindi accostare la scrittura corsiva alla percezione del proprio mondo, del proprio io, non sono una forzatura. Giuliana Ammannati è una pedagogista clinica ed un’insegnante, per oltre un decennio ha messo sotto la lente la scrittura dei suoi allievi adolescenti. La sua teoria sull’abbandono del corsivo? Questo tipo di scrittura è propria, ti mette a nudo, ti rende unico. Più facile nascondersi dietro l’omologazione dello stampatello. Si notano grandissime resistenze a far uscirei ragazzi dall’uso costante dello stampatello al punto che dopo aver scritto in corsivo non riescono a rileggere le proprie parole, per questo poi, a seguire, continuano nell’uso dello stampato. Se a questo aggiungiamo che l’impiego di strumenti come telefonini e notebook ha imposto una nuova forma di linguaggio breve, ridotto ai minimi termini, non dobbiamo stupirci se qualcuno vi scorge un impoverimento della lingua e della capacità espressiva. In ambito accademico c’è chi ipotizza un principio dei vasi comunicanti tra scrittura e lettura. Se non si impara il corsivo, i suoi tempi, la sua musicalità, come si farà a concentrarsi sulle parole di un libro? Ma quest’ultima è una teoria che francamente considero un po’ sui limiti.
Mi pare però che le nuove generazioni non siano avare di parole, scritte intendo. Magari non in corsivo. In stampatello okay, piene di acronimi e di sigle, spaventosamente abbreviate...
Lo ripeto, parlare della perdita della scrittura corsiva non significa demonizzare per forza la tecnologia digitale, i computer. Ci deve però fare riflettere su quello che perdiamo, sul fatto che possa valere la pena di perderlo completamente o meno. Hai appena citato un altro tema che alimenta Vite Corsive. Il passaggio dalla carta al codice binario, che in fondo ha dato una bella spinta alla perdita del corsivo, ha anche messo in luce quanto la promessa dell’eternità offerta dal digitale si sia rivelata una bugia colossale. Oggi la moderna tecnologia si cannibalizza da sola. Acquisti un computer, un lettore di supporti digitali e appena lo hai installato ed hai fatto tuoi i sui segreti scopri che è già obsoleto. Ti faccio un esempio: pensa ad un incunabolo del quindicesimo secolo. Consunto, ingiallito, tostato dal tempo, reso fragile dall’età. Indossi un paio di guanti di cotone, lo sfogli con cura. Lo leggi. Ti rendi conto. Lo leggi. Così con una missiva vergata a mano. Sei secoli nel mezzo eppure nel secondo millennio sei in grado di leggerlo. Non così puoi fare di un vhs, con un floppy o con un cd vecchio di qualche anno. Tra un po’ sarà difficile pensare di leggere i dvd di prima generazione. Ciò solleva un’altra riflessione: paradossalmente abbiamo reperti filografici, lettere scolpite del periodo babilonese che ci raccontano, a caratteri cuneiformi impressi nell’argilla, cosa scriveva un principe alla sua innamorata, ma nulla ci è rimasto dell’approccio sentimentale di due giovani della nostra epoca fatto a colpi di sms. Prova a pensare alla tua corrispondenza! Quante mail ed sms hai conservato degli ultimi sei anni? Pochi vero?. Tra trenta, quarant’anni sarà impossibile ricostruire frammenti della nostra vita così come, invece, il Filografo riesce a fare per gli emigranti a cavallo tra le due guerre nel mio romanzo.
Dopo tutto ciò trovi provocatoria una domanda sugli ebook?
Sono una trovata meravigliosa così come lo è stata Internet o l’invenzione della stampa a caratteri mobili ad opera di Gutemberg.
Ora che ne sappiamo di più su scrittura corsiva e filografia trovo giusto congedarmi con un’ultima domanda. Il tuo nuovo romanzo, Maxima Culpa, un nuovo giallo filografico?
Non così apertamente tematico come Vite Corsive, ma con un elemento assolutamente filografico: l’interpretazione di una tavoletta cuneiforme che anticipa di molti anni il mito del Diluvio Universale a noi trasmesso con la Bibbia, guarda caso il primo libro stampato da Gutemberg. Più filografico di così!
Perchè un lettore dovrebbe leggeere Maxima Culpa?
Ci sono tutti gli elementi di un poliziesco che si rispetti, c'è il ritmo che sale quasi come la quota cui si svolgono le vicende del romanzo. Un serial killer che agisce indisturbato tra la boscosa e verde oasi di pace che sovrasta Verona, la città di Romeo e Giulietta. Un folle tra le ville della Verona bene, nascosto tra le pieghe della devozione, gli inconfessabili peccati di una comunità che si nasconde sotto la maschera della devozione. Un giovane e sensuale ispettore, una triade femminile che si ispira alla Luna Nera. C'è legna per fare ardere un bel falò.
Vite Corsive in english?
The digital revolution of the 21st century has almost totally cancelled cursive writing, turning those characters so dear to older generations into incomprehensible hieroglyphics. For this reason the young detective Loreta Assensi is forced to call for help to solve an unusual case of murder. The only clue is a yellowed letter written in cursive hand which the victim, the antique dealer Roberto Trentin, holds tightly closed in his hand. The son of Italian immigrants in Argentina, Roberto Trentin is the unaware victim of an obscure secret. A secret that he does not even imagine, a secret hidden in the folds of the letters his ancestors used to send one another for decades from opposite sides of the ocean. What Loreta Assensi needs is a philographer, a university professor and researcher, who is still able to interpret cursive hand. Together they embark on a journey, not only a geographical but also a temporal one, from the banks of the River Adige in Verona to the shores of the Rio Parana in Argentina. An unusual crime and police story with a noir hue, this tale foresees a world where the past will soon be giving way to new ephemeral ways of communication without paper, without ink.
Published 2013-08-30.
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